La grande bellezza e l’Urlo di Munch

Chi mi legge, (chi mi legge? Nessuno, ma non mi frega) sa che io non recensisco film per il semplice fatto che non li vedo, pur adorando il cinema. Perché? Rientreremmo in bighe familiari troppo lunghe e noiose pertanto evito. Ho visto La grande bellezza, però. Poco tempo fa ho affittato un film, c’era pure il DVD di Sorrentino, ma ho guardato mio marito, ho ricordato la prima mezz’ora de Il Divo, e ho sorvolato. Adesso, però, con l’Oscar di mezzo non potevo non vederlo nonostante le lagne di mia figlia che si rifiuta di andare a letto se non ci vado anch’io. Questo è il motivo per cui non guardo la tv ma leggo stronzate.

Dalle prime scene ho capito quale sarebbe stato l’andazzo del film, il mio lui guardava auto che non comprerà mai su Subito.it e mia figlia si era dileguata da qualche parte con il mio cellulare.

Vedere il film ha significato sorbirsi pure tutta quell’inutile pubblicità, notizie e meteo. Ho guardato i titoli di coda scorrere perché è un’azione importante per metabolizzare le emozioni del film (quando te le lasciano) e poi sono andata a letto.

Ho pensato subito che La grande bellezza più che meritare l’oscar come film straniero l’avrebbe meritato per la fotografia e che a caldo avevo capito poco o niente del film.

Ho riflettuto a freddo, invece, ho commentato con i miei amici su Fb e ritengo di essermi fatta un’idea dell’opera, che al di là di tutto è un capolavoro. Ogni scena, ogni descrizione, ogni fotogramma racconta una storia, varia il punto di vista, che pur rimanendo quello di Gep, dei suoi rimpianti, della sua pigrizia e voglia di effimero, dà una chiave di lettura su chi siamo noi tutti.

Non si può comprendere il film seguendo un filo conduttore perché non c’è. C’è una contrapposizione costante della bellezza della città che affonda nell’indifferenza, nel banale dei trenini scomposti di vecchi che non vogliono invecchiare. C’è un mondo di giovani depressi, malati, che vivono e muoiono soli. C’è il disfacimento fisico che si camuffa con cocaina e botulino. C’è la disperazione del futuro sfruttato da genitori ambiziosi e una Chiesa che ha perso la spiritualità.

Vi sono figure grottesche, felliniane, come la nana e la santa. La grandezza di una persona rinchiusa in un corpo da bambina e in contrapposizione la prospettiva della giraffa, che sembra lontana anni luce, aliena e profondamente sola. La santa che “è” nel più profondo significato del verbo. Dà certezza e indicazioni nelle sue balbettanti riflessioni. Bisogna vivere per poter raccontare, bisogna ritrovare le proprie radici per scoprire chi siamo e che cosa abbiamo fatto di bello. Bisogna soffrire e lavorare per raggiungere la cima, bisogna essere. E tutto ciò è la ricetta che servirebbe a noi italiani per tornare a essere grandi.

Bellissima lezione, ma quando mai gli italiani sono stati grandi? Nel Rinascimento? Grandissimi artisti che mostravano il meglio di noi mentre il Paese affondava tra guerre di conquista, miseria e pestilenze.

Il boom economico? L’abbiamo lasciato annegare mentre la democrazia cristiana banchettava con la mafia.

La nascita dell’Europa Unita? Abbiamo permesso che Stati meno corrotti facessero i loro porci comodi accontentandoci di qualche mazzetta.

Non parliamo del berlusconismo che è padre di quell’Italia raccontata da Sorrentino.

Di certo l’incauto lettore che è passato da qui non si aspettava una lezione di storia e io non voglio dargliela, mi soffermo sul costume tipico degli italiani che è quello di denigrare ciò che è italiano a meno che non rappresenti uno status simbol come la Ferrari.

Vincere un Oscar significa pubblicità per un’industria che è quella cinematografica che ha un valore in capitale umano unico al mondo e riempire il film di critiche e appozzarlo quanto più possibile è quello che meglio sappiamo fare.Dovremmo esserne felici ed orgogliosi e invece andiamo a cercare il pelo nell’uovo. Quando un italiano vince un oscar per la fotografia o i costumi o qualunque altra cosa che riguardi l’arte, il commento è “Mih, ma quando ci mettiamo, all’estero facciamo sempre bella figura!”. Quando a essere premiato è un film italiano che sarà difficile e scomodo da capire, il commento medio è “Non ci ho capito un cazzo!” e “E’ una cagata colossale!”.

Non credo che questo sia il modo per risollevare le sorti dell’Italia. Perdonate il linguaggio prosaico, ma The Artist era meno cagata?

L’autocelebrazione di Hollywood in salsa bianconero e muto. Film carino, comprensibile e che non mi ha lasciato nulla.

Mi è piaciuto La grande bellezza? No, perché un’opera d’arte per essere tale non deve piacere. A qualcuno piace l’Urlo di Munch? Chi può tuttavia negare che sia un’opera d’arte? E non dimentichiamo che l’opera italiana più conosciuta al mondo non è un meraviglioso dipinto di Caravaggio, ma la Gioconda, una cessa rinascimentale e che naturalmente non si trova in Italia, dove starebbe confinata dentro un magazzino in mezzo la muffa.

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