Nella bolla con te

 

L’amore al tempo della crisi. Luca, un precario della scuola, padre di un figlio e con una difficile causa di separazione e Carla, architetto appena tornata da uno stage a Barcellona si incontrano e si innamorano. Come proteggere il loro rapporto dalle difficoltà quotidiane e dalla impossibilità di pianificare un futuro? 

Luca

Il primo è andato! Infilo il casco integrale immerso negli istanti futuri che segneranno quel casino che è la mia vita. Due ragazze mi passano accanto. Le riconosco. Sono le inseparabili della quarta.

«Bye, prof» mi saluta la bionda e si allontanano ridacchiando.

Scuoto la testa sorridendo.  Corro da Marta per prendere Tiziano, mio figlio e portarlo a casa dei miei genitori, dove vivo anch’io dalla separazione. Il mercoledì dovrebbe trascorrerlo con me, ma io sono talmente incasinato che ho appena il tempo di salutarlo, prima di andare al mio secondo lavoro, quello di allenatore in una scuola di calcio. Dei miei tre lavori precari è il più stimolante, perché i ragazzini sono in gamba e mi danno un bel po’ di soddisfazioni, inoltre non ho a che fare con membri del genere femminile, come avviene invece a scuola e in palestra dove tengo dei corsi di fitness. È ovvio che le donne in genere non mi dispiacciano, anzi, ciò che mi disturba è essere considerato una specie di oggetto dei desideri repressi di ragazzine che sembrano fabbricate in serie con lo stampo e da annoiate signore in crisi perenne contro ciccia e rughe.

Il palazzo dove vive Marta è un classico palazzone di periferia, nulla di lussuoso, ma neanche degradato. È stato per qualche mese il luogo in cui pensavo di trascorrere gli anni più belli della mia vita, con quella che consideravo alla stregua di una dea. Mi è bastato poco per scoprire che più che una dea era una pazza spendacciona e che se non volevo rovinarmi per sempre era necessario scappare il più lontano possibile. Nel frattempo, però, è nato Tiziano, il mio campione!

L’ascensore si ferma con un sobbalzo, ma attendo qualche secondo prima di uscire. È una tragedia incontrarla ogni volta, una tragedia senza soluzione. Sento le budella attorcigliarsi e lo stomaco andare in fiamme quando guardo il suo volto contorto da un ghigno cronico.

«Sei arrivato finalmente! Era ora! Pensi sempre che siano tutti a tua disposizione? Io ho un lavoro, sai? E non posso arrivare in ritardo.»

Tiziano si guarda la punta delle scarpe immusonito. Gli allungo una mano fingendo di non sentirla. La guardo però. È in tiro, come sempre. Capelli alla moda, unghie perfette, vestiti e accessori firmati. Devo andarmene prima di essere assalito dalla nausea.

«Ciao, lo riaccompagno dopo cena» la saluto, cercando di non dare alcuna inclinazione alla mia voce.

Sento sbattere la porta quando le portiere dell’ascensore si sono richiuse. Lui mi guarda e io gli sorrido. È il nostro segnale segreto, adesso ci siamo solo io e lui e i nostri discorsi da maschi, la complicità che nessuna maledetta dea spara acido potrà mai distruggere.

L’arrivo a casa è sempre una festa con mamma che si fa trovare davanti alla porta con ancora il grembiule da cucina. Oggi avrà dato il meglio di sé per il pranzo di Tiziano, infatti un odore delizioso si è espanso per tutte le stanze. Guardo l’orologio. Ho solo mezz’ora per mangiare.

Mamma incomincia a chiocciare con Tiziano, lo sbaciucchia e lo abbraccia, si complimenta della sua crescita nonostante non lo veda che da pochi giorni.

Ci sediamo a tavola e lei ci guarda soddisfatta. Non le sembra vero di averci tutti lì, le gioie della sua vita. Scambio un’occhiata con mia sorella Giuliana, la seconda bambocciona della famiglia, universitaria fuori corso con velleità canore. Ha partecipato a tutti i provini possibili per le trasmissioni televisive senza risultato e per ora si accontenta di cantare in qualche locale, anche se è convinta che qualcuno prima o poi si accorgerà del suo talento.

Papà è assorto a guardare il telegiornale regionale. Mio padre è un fanatico della tivù di informazione, infatti comincia a mezzogiorno e a ruota li segue tutti, convinto che solo sommando la parzialità può ottenere imparzialità. Spesso, però, è motivo di lite con mia madre, berlusconiana doc, che, da quando si è dimesso dalla carica di premier, grida al “complotto delle zoccole”. Secondo lei, infatti, il Cavaliere è solo una vittima di avide donnacce che lo irretivano con l’avvenenza e la cosa più grave è che non c’è modo di farle cambiare idea. Si è pure iscritta a un gruppo pro Berlusconi su Facebook, sul quale commenta con un linguaggio talmente sgrammaticato da poter avere essa stessa un fan club personale di sfottò. Per fortuna usa un profilo finto!

Ho trascorso tre minuti a tavola più del dovuto.

«Dove scappi?» chiede mamma.

«Sono in ritardo.»

Le sento battere le mani in segno di disperazione. «Povera creatura mia! Tutto il giorno a sbattersi per colpa di quella…»

Non finisce la frase per rispetto a Tiziano, solo per quello, però. A mamma, Marta non è mai piaciuta. Per la verità nessuna ragazza che io le ho presentato le andava bene. Ha sempre trovato un difetto fisico o caratteriale in ognuna di esse. Su Marta aveva ragione su tutta la linea, anche se non lo ammetterò mai davanti a lei!

«È colpa dell’amichetta brutta del Cavaliere se tuo figlio da precario di serie A, è diventato precario da Lega Pro!» ribatte papà che come al solito mescola politica e calcio, ogni tanto ci aggiunge anche qualche previsione meteorologica. Annuisco mentre preparo la sacca con la divisa della squadra. Ho avuto un bel po’ di fortuna quest’anno grazie alla maternità di una mia collega. Trovare una supplenza per un intero anno a pochi isolati da casa non è facile, tanto che i miei amici fanno battute del tipo che io abbia  pagato il marito della collega per metterla incinta. Ciò nonostante non posso permettermi di rinunciare agli altri due lavori perché non so come finirà il prossimo anno, inoltre ci sono la causa di separazione con annessi e connessi che mi lasciano poco fiducioso sul mio futuro economico.

Vedo la testolina di Tiziano spuntare dalla porta. Osserva tutto ciò che faccio.

«Vuoi venire con me al calcetto?»

«No, ho troppi compiti, babbo. Altrimenti poi mamma si arrabbia.»

Annuisco frustrato. Tiziano ha qualche problema con i compiti, almeno qui può aiutarlo Giuliana.

«Cercherò di essere prima possibile a casa. Tu cerca di finire presto, così magari possiamo fare una passeggiata.»

Avrei voglia di togliermi il casco e sentire il freddo dell’inverno sul viso, mentre attraverso la città. La fila di case lascia spazio a sprazzi di verde ai margini delle corsie e della rotonda. Mi chiedo quando riuscirò a dare di nuovo una direzione sensata alla mia vita e se mai l’abbia avuta. Non sono un sognatore né lo sono mai stato. Ho sempre saputo di non poter mai diventare un vero atleta, ho lavorato duro per continuare a fare ciò che mi piace, lo sport e il movimento. Ho sempre pensato all’amore con fiducia prima della separazione, un modo per stare bene, non sentirsi soli. Adesso per me l’amore è solo brevi incontri con donne di cui non mi frega nulla, è sfamare un appetito che ogni giorno diventa sempre più insipido e che mi fa sentire ancora di più la solitudine. L’amore è un sentimento diverso per me, è l’affetto della mia famiglia, è Tiziano che mi fissa con i suoi occhi scuri tanto simili ai miei, con il volto chiaro e il nasino tempestato di lentiggini che mi ricordano che purtroppo non è solo figlio mio.

Carla

Pensa positivo, pensa positivo, pensa positivo…cazzo! Il posteggio che avevo intravisto mi è stato soffiato sotto il naso. Dei pischelli in una minicar si infilano nel mio tanto desiderato posto. Prendono le sacche ridendo e si incamminano verso gli spogliatoi. Ricontrollo l’orologio. Ho più di un quarto d’ora di ritardo ed è il mio primo giorno. I gemelli penseranno che li ho dimenticati qui! Magari li porto in qualche posto dove ai ragazzini piace ingozzarsi per farmi perdonare. Lascio la macchina dietro la minicar, tanto quelli per ora non escono e vado in cerca dei gemelli.

In segreteria mi indicano un campetto sulla destra, strizzo gli occhi e li vedo tirare calci insieme a un uomo. Sono rimasti da soli. Una folata di vento si infila sotto il cappottino, mi stringo sulle ginocchia e calco il cappello in testa. Ma che pazzia fare allenare dei bambini all’aperto in inverno!

E quello chi è? Con un allenatore tanto fico mi allenerei anche io in mezzo al ghiaccio! L’uomo mi vede arrivare e blocca la palla sotto il piede, poi con un calcetto la porta in alto e la cattura tra le mani. I ragazzi si accorgono di me e corrono a prendere le sacche.

Le ginocchia diventano molli man mano che mi avvicino, non capisco bene se per l’imbarazzo davanti a un tale esempio di bellezza mascolina o per il mio terribile ritardo.

«Salve, mi scusi per il ritardo…»

«Lei è? Non l’ho mai vista qui. È la nuova babysitter?»

«No…sì!»

Mi lancia uno sguardo inquisitore. Oddio, deve avermi presa per una rapitrice di bambini!

«Sì o no? Non mi sembra una domanda difficile» dice ironico.

«Sono la zia, ma per adesso mi occupo io di loro perché mia sorella è piuttosto occupata.» Sento il calore salire sul viso e la mia voce affievolirsi sotto il suo sguardo sempre più ostile. Se potesse mi lancerebbe uno sguardo smaterializzante.

«Come no? Senta, per questa volta passi, ma cerchi di essere puntuale perché io non posso permettermi di fare la babysitter al posto suo!»

Si allontana di qualche passo, poi ci ripensa e torna indietro. «Ho da lavorare per pagare gente come sua sorella che vive sulle spalle di poveri disgraziati come me.»

Ma questo è pazzo! «Cafone» sussurro a denti stretti.

Gabriele e Livio mi raggiungono spintonandosi.

Gli sorrido e schiocco un bacio a entrambi. L’allenatore in sindrome di andropausa non è più visibile.

 

Luca

Tripla giornata di merda! Prima la notizia bomba di mamma che mi ha chiamato per dirmi delle scarpe bucate di Tiziano, poi la sparata con la zia babysitter che per poco non si è messa a piangere! Dopo avere scoperto lo stato delle scarpe, mamma si è improvvisata detective e non c’è voluto molto a scoprire la verità. Marta con i soldi che le ho dato per il mantenimento ha fatto shopping per sé invece di usarli per Tiziano. Che cosa potevo fare se non comprargliene un paio nuove, roba da outlet, ma almeno nuove e adatte alla sua attività. E Marta? Si è pure lamentata che non erano di tendenza. Le si legge la goduria in faccia, quando se ne esce fuori con simili assurdità ben consapevole che io non posso reagire per la presenza del bambino e perché correrebbe subito dall’avvocato per tenermi lontano da lui.

Cerco di estraniarmi davanti all’entrata del centro sportivo. È improponibile fare una lezione di zumba incazzato come sono. Potrei proporre fit-boxe  stasera o qualcosa di più movimentato. E chi le smuove quelle dallo sculettamento serale! Mi sa che devo ingoiare la rabbia, sfoggiare un bel sorriso e sculettare insieme a loro.

Entro e dopo aver salutato frettolosamente corro allo spogliatoio. Lì almeno posso provare a rilassarmi un po’.

 

Carla

Certo che stare dietro a dei ragazzini di otto anni è peggio che un giorno di lavoro! È il mio lavoro. Sospiro davanti allo specchio. Una settimana fa ero nell’olimpo dell’architettura e adesso sono…dove sono? Cosa sono? Basta, Carla! Esci da questo spogliatoio e spacca tutto!

Uscita, incontro un paio di calzini neri con dei buffi teschi e delle gambe maschili muscolose e pelose. Lo sguardo sembra calamitato più in alto, mio malgrado. Un bel vedere che lascia immaginare un medio gluteo da urlo. Anche le spalle e i dorsali sono uno spettacolo della natura. L’uomo si infila nella sala principale mentre io proseguo verso la segreteria per chiedere informazioni.

«Ti sei cambiata? Andiamo, ti accompagno da Luca, il nostro istruttore.»

Le sorrido poco convinta. Le “ragazze” che ho visto negli spogliatoi mi sono sembrate tutte in forma, al contrario di me che è almeno tre mesi che non mi muovo. Un altro motivo per ritornare in Italia, stare in forma e in tiro. O un altro motivo per scappare! Mi sfugge un risolino.

L’istruttore armeggia allo stereo circondato da un paio di ragazze che gli schiamazzano intorno. Riconosco il calzino teschiato. Bene, quanto meno posso fissargli il “medio gluteo” senza sentirmi in colpa.

«Luca», lo chiama la segretaria. Poi ci presenta, nonostante nessuno dei due ascolti le sue parole.

«Ci conosciamo già» dico a denti stretti. Lui annuisce contrito e ha la decenza di abbassare lo sguardo.

«Ah, allora è a posto. Buona lezione e divertiti.» La ragazza ci sorride e va via.

Luca sembra rendersi conto che le altre ci stanno guardando più incuriosite che perplesse.

«Prendete posto, si comincia» dice con un sorriso tirato.

Cerco un posticino defilato, quasi nascosta dietro a una stangona e comincio a muovere i primi passi a ritmo di musica. A metà lezione sono senza fiato, alla fine inguardabile, con ciocche di capelli umidicci che mi penzolano sul viso, mentre le altre sembrano uscite dal camerino di  Decathlon. Cerco di infilare la porta prima possibile e corro a rifugiarmi nello spogliatoio. Prima di andarmene mi farò dare il palinsesto con gli orari dei corsi, così eviterò quelli con teschio-man e soprattutto sarò puntualissima per il calcetto.

Peccato che una spiacevole sorpresa mi aspetti in segreteria. La ragazza con un sorriso finto mi informa che Luca mi aspetta in area relax non si sa bene per quale motivo.

«Avrei molta fretta» provo a svincolarmi. Mi guarda come se avessi detto una parolaccia davanti a una suora.

«Non capita spesso, sai, anzi è la prima volta!»

«Davvero? Chissà che vuole?» cedo alla fine.

La segretaria alza le spalle e indica con un dito verso l’area relax. Mi accorgo che si sporge dalla scrivania per seguirmi con lo sguardo.

Spupazzata e scaricata da teschio-man? Oppure gli sbava dietro? È piuttosto carina, la classica belloccia messa lì come richiamo per maschietti in calore.

Luca è seduto e sembra assorto a leggere un quotidiano. Si accorge di me e mi sorride. Che bastardo! Tipica tecnica da macho per smontare le incazzature, ma tengo duro e sostenuta gli vado incontro.

Si alza e mi sistema la sedia come un uomo d’altri tempi.

«Posso offrirti qualcosa?» continua con quel sorriso irresistibile.

«Veramente avrei fretta. Che c’è?» chiedo gelida.

«Ah, mi spiace. Voglio farmi perdonare per questo pomeriggio. Di solito non sono così antipatico.»

«È un eufemismo?» chiedo con una smorfia.

Ride e fa segno al ragazzo al bancone.

«Ho esagerato e senza motivo apparente. Puoi scusarmi?»

«Perché dovrei?»

«Perché ti perderesti i miei corsi ed è un peccato» risponde suadente.

«Magari non lo è per me.»

«Il tuo corpo ti smentisce. La zumba sembra fatta apposta per te.»

«Ma fammi il piacere. Mi sentivo un’elefantessa in tutù!»

Il ragazzo del bar ci porta due cocktail dai colori forti.

«Totalmente analcolico» mi rassicura.

«Mi è sembrato di averti detto che non volevo nulla.»

«No, ti sbagli. Hai detto di avere fretta, ma prima di scoprire che io sono un uomo educato e divertente.»

«Vedo che non ti manca l’autostima.»

Ride di nuovo. «Sono divertentissimo, invece. Neanche mi arrabbio per le tue frecciate!»

Mi sfugge un sorriso.

«Solo perché sai di essere stato davvero scortese.»

«Dimentica questo pomeriggio, se puoi. Io sono Luca e tu?» chiede in modo buffo.

Allungo la mano e stringo la sua. «Carla, piacere.» Ci guardiamo e scoppiamo a ridere.

Il drink è buono, pertanto provo a rilassarmi. Non c’è ragione per continuare a essere nervosa. Sono nella mia città, sto bevendo qualcosa con un uomo affascinante, non mi importa se lui sia qui solo per interesse. Mi sento bene dopo giorni trascorsi nel rimpianto di avere lasciato i miei sogni a Barcellona.

«Mi spieghi il segreto della zumba?»

Inarca le sopracciglia perplesso. «Perché piace? Non saprei, musica oriecchiabile legata a movimenti avvolgenti. A te è piaciuta?»

«Non lo so. È troppo presto, stasera mi sentivo una frana.»

«Davvero? Sei stata brava, invece. Hai fatto danza in passato, vero?»

E io che mi ero nascosta!

«Moderna per dieci anni.»

«E poi? Perché hai smesso?»

«Frequentavo l’università da un’altra parte. Non era una vera e propria passione la mia. Anzi, i primi anni neanche volevo andarci, mi costringeva mia madre.»

Vengo catturata dal suo sguardo scuro che mi rimescola dentro. Guardo il bicchiere vuoto vicino a me. Non posso neanche dare la colpa all’alcol.

«Che sport avresti voluto praticare?»

«Nessuno! È grave? Io sono un architetto, ho sempre amato disegnare. Avrei preferito starmene a casa a sfogare la mia fantasia con album e pennarelli.»

«Io non riuscivo a stare fermo un attimo. C’è stato un periodo che praticavo tre palestre insieme. Hai detto che sei un architetto. Come mai fai la babysitter ai tuoi nipoti?»

Mi sfugge una smorfia. «Sono appena tornata da uno stage a Barcellona. Spero di non fare la babysitter per molto tempo.»

«Barcellona, wow! Ci sono stato per vedere…»

«Ti prego, non lo dire!» lo interrompo.

Sembra confuso.

«Niente, sai, molti vanno solo per il Camp Nou» preciso.

«Ah, va beh, ero lì per vedere la Champion» aggiunge come se fosse normale.

Ecco lo sapevo. Troppo bello per essere vero!

 

Sono trascorsi due giorni e all’idea di doverlo incontrare alla scuola di calcio mi sento emozionata come un’adolescente. Che sia una forma atipica di “Sindrome di Stendhal”? Razionalmente mi dico che quell’uomo è inavvicinabile per me. Lui è fico e io no, è un patito di sport al contrario di me che  lo considero solo una medicina per non ridurmi a una pappamolla cellulitica. Ha una doppia personalità, non l’ho mica dimenticato e infine deve essere per forza un tipo da cui stare alla larga per rimanere sane di mente.

Ciononostante non posso fare a meno di chiedere informazioni più dettagliate a Cecilia, mia sorella.

«Conosci l’allenatore dei gemelli?» chiedo, mentre si stanno preparando per portarli al campo.

Cecilia lancia un’occhiata di traverso a Nicolò, mio cognato, e si porta l’indice alla guancia girandolo in segno di approvazione.

«Avvocato De Lorenzi, veda che è stata colta in flagranza di reato» dice lui ridacchiando.

«Nico’, ma che dici. Luca Marconi è un’istigazione al reato.»

«È anche un istruttore della palestra che frequento.»

«Davvero? Lì mi sa che lavora in nero. Tu ne sai nulla?» chiede al marito.

«No, ma mi sembra strano che lei non lo sappia.»

«Ma di che parlate?» chiedo confusa.

«Ah, una storia lunga. Noi siamo i legali della moglie per il divorzio.»

«È sposato?»

«Ti interessa? Lascia perdere e non ti infilare in storie impossibili» mi consiglia Nicolò.

«Che cosa sapete?»

«Oh, lui è a posto, ma lei è un’autentica stronza» aggiunge Cecilia.

«Perché la rappresentate, allora?»

«Non possiamo scaricare tutti quelli che ci stanno antipatici, non pensi? A te è piaciuto tutto quello che hai fatto, finora?»

Scuoto la testa ricordando uno dei miei primi progetti, trasformato poco alla volta dal proprietario nella casa di Topolino.

«Non credo che abbia molta stima di voi.»

«È comprensibile, purtroppo non possiamo farci nulla» ribatte Nicolò.

«Sai l’ultima che gli ha combinato l’altro ieri? Ha speso i soldi del bambino e glielo ha mandato con le scarpe bucate. E poi ha avuto pure il coraggio di lamentarsi perché non gli piacevano quelle che gli ha comprato il padre.»

«Ma che stronza!» non posso fare a meno di commentare. Ecco spiegato il motivo del suo malumore. Certo a prendersela con me ha esagerato, io che c’entravo?

«Come fate a saperlo?»

«Ci ha chiamato per sapere se questa storia poteva svantaggiarla. Non ti abbiamo detto nulla, giusto?»

Scuoto la testa per tranquillizzarli. Chissà perché adesso ho una voglia matta di vederlo.

 

 

 

 

Luca

Devo smetterla di guardare l’ingresso al campo. I gemelli arriveranno ma di sicuro non lei, che motivo avrebbe di accompagnarli fino a qui? Lo fanno solo i padri convinti che il proprio figlio sarà il “Messi” del futuro. Dieci buoni motivi per non incastrarmi con tipe come Carla? Ne ho trovati almeno un paio validi, del tipo che io non esco con ragazze conosciute sul lavoro, che lei sembra una brava ragazza e non ha tempo da perdere con incasinati come me. Tutte scuse valide e inutili perché mi si è piantata nel cervello per un motivo che io ignoro. Ecco, i gemelli sono arrivati e di lei non c’è traccia!

«Siamo tutti?» chiedo avvicinandomi ai ragazzini. Sono fantastici, tutti in linea in attesa di cominciare il riscaldamento.

Gabriele alza la mano in direzione di una macchina che sta uscendo dal parcheggio. Mi giro di scatto, è lei! Alzo anch’io la mano per salutarla con quello che le sarà sembrato un sorriso da ebete.

I minuti trascorrono lenti nell’attesa del suo arrivo, di certo velocissimi per i miei piccoli atleti, consapevoli che a casa avranno ancora dei compiti noiosi da fare. Lei arriva per prima, non so se per compensare il ritardo della volta scorsa, magari teme un’altra lavata di capo da parte mia. Non sa che cosa penso, che cosa sento. Vorrei che fossimo soli, vorrei sapere tutto di lei, ascoltarla mentre le tolgo i vestiti, zittirla per conoscere il sapore della sua bocca, rovesciarla su una panca dello spogliatoio per amarla. Non sa nulla di questo Carla, avanza sorridendo timida verso di noi, il cappello di traverso che quasi scivola dalla testa. È bella Carla, di una bellezza inconsapevole, che commuove per la sua naturalezza, per quel trucco che non c’è, per le smorfie sincere, per i sorrisi limpidi. Non è commozione che sento, è desiderio che devo reprimere senza motivo. Lei mi guarda e mi vuole tanto quanto io voglio lei. La repressione non è tale se c’è condivisione, è solo un masochismo che non ha mai fatto parte della mia natura.

Le vado incontro con la gola secca dall’emozione. Vinco il desiderio di ingollare un sorso di acqua, è troppa la fretta di avere la sua attenzione solo per me.

«Ciao, sei in anticipo questa volta.»

Il sorriso fugge dal suo volto e mi prenderei a pugni solo per questo.

«Non avete finito? Posso aspettare in sala se disturbo.»

«No, abbiamo finito. Devo solo lavorare sulla motivazione. Tra qualche giorno avranno la loro prima partita esterna e sono un po’ preoccupati.»

Lei sorride e guarda i bambini che parlottano tra loro. I suoi occhi scintillano di tenerezza, quasi materni.

«Sono deliziosi…almeno per ora» aggiunge con una risatina nervosa.

«Hai qualcosa contro il genere maschile?» indago.

«Eh, sai, l’eterna lotta tra i sessi, nulla di personale comunque!»

«Ci vediamo più tardi? Non sei venuta in palestra.»

«Ti sbagli. Ho fatto altri turni.»

Non commento, so che avrei un tono deluso e non voglio rendermi ridicolo davanti a lei. È talmente inusuale ciò che mi sta capitando che non so come comportarmi.

«Stasera ci sarò.»

«Preparati per la fit-boxe. La conosci?»

«Oh mio dio! Sembra terribile!» ridacchia.

«Lo è! Ti svelo un segreto. Devi rilassarti e poi pensare di prendere a pugni e calci qualcuno, anche me, ti autorizzo.»

«Te?»

«Non me, il sacco! Poi, se vuoi avere un incontro corpo a corpo con me sempre disponibile!»

Carla distoglie lo sguardo imbarazzata. Idiota! Hai rovinato tutto!

«Mai scontri diretti con uomini che indossano calzini con i teschi! È una regola di vita a cui non transigo, mi spiace.»

«Non sfugge nulla a voi donne, vero?», la butto sulla battuta.

«Non a quelle che hanno uno spiccato senso estetico come me, mio caro!»

«Anche il gotico ha il suo fascino, i teschi sono un po’ gotici, no? E a me piacciono un casino!»

«Eviterò di guardarti le caviglie, allora!»

«Mister?» mi chiama un ragazzino. Mi ero scordato di loro.

Carla alza le spalle sorridendo e io corro da loro. Dopo pochi minuti è andata via con i nipoti e io sento già la sua mancanza.

 

Carla

Si può fare sesso senza neanche sfiorarsi? Sono sfinita ed eccitata dai suoi sguardi che non mi hanno lasciato un secondo, dai suoi movimenti contro il sacco che lasciano intravedere un surplus di potenza erotica, dagli incitamenti rivolti a tutti e a nessuno che mi sono entrati dentro come parole sussurrate durante un amplesso.

L’acqua calda che scivola sul mio corpo toglie il sudore ma non il desiderio. Chissà se anche per le altre è stato così intenso. Non è la bellezza il segreto di Luca, conosco uomini molto più attraenti di lui, è qualcosa che ha dentro e che inconsapevolmente influenza il mio essere.

Non so nulla di lui, magari considera la palestra un luogo da rimorchio e io sarei solo l’ultima conquista.

Non posso fare a meno di sentirlo vicino, di immaginarlo mentre come me si asciuga, la testa persa a un nuovo incontro e a altre parole che rinnovano la nostra conoscenza. Non voglio altro, mi basta questo. Non posso perdermi dietro ai sogni, quelli riguardano una carriera che forse non decollerà mai o forse sì ma lontano dalla mia terra, lontano da lui che non potrà e non vorrà seguirmi. Non c’è spazio per l’amore nei miei sogni, non c’è spazio per Luca.

La ragazza alla reception mi saluta, non mi ferma come l’altra volta. Saluto anch’io nascondendo la delusione. Esco nel freddo della sera, i tacchi dei tronchetti risuonano della mia malinconia. È lì, accanto alla mia macchina che aspetta. Non dice nulla, mi porge un casco e indossa il suo. Mi sta un po’ grande, salgo e mi stringo a lui. Almeno per questa notte voglio vivere il presente.

 

“Ho voglia di mare” gli ho detto ieri sera mentre eravamo abbracciati sul letto dopo l’amore. Adesso respiro l’aria intrisa di salsedine, sento lievi schizzi d’acqua che si vaporizzano infrangendosi negli scogli. È una mattina bellissima, il sole caldo e il cielo terso sembrano un anticipo di primavera. Luca mi abbraccia da dietro e mi dà un lieve bacio sul collo. Ci sediamo su uno scoglio piatto e guardiamo il mare.

«Quando avevo voglia di casa, prendevo la metro e attraversavo l’intera città per andare a Barceloneta. Sedevo sulla spiaggia e aspettavo che i ricordi allontanassero la nostalgia. Adesso una parte di me vorrebbe essere su quella spiaggia.»

«Non sei felice di essere in Italia?» chiede tradendo la delusione.

«In parte sì, ma so che non è questo il mio posto. Dovrò andarmene e non voglio soffrire per chi lascio qui.»

«La nostra relazione è a tempo? È questo che stai cercando di dirmi?»

Gli prendo il volto tra le mani e lo bacio sulle labbra. «Se la nostra è una relazione, allora sì, posso considerare che avrà fine prima o poi.»

«E se io volessi seguirti me lo impediresti?»

Chiudo gli occhi sospirando. «Non lo faresti. C’è tuo figlio qui. Non potrei allontanarti da lui.»

«Hai ragione, non lo farei. Non potrei abbandonarlo a se stesso.»

«Ti fidi così poco di lei?»

Luca fa un sorriso amaro. «Poco è troppo quando si tratta di Marta. È la persona più egoista che io conosca.»

«L’hai sposata. C’era qualcosa che ti univa a lei.»

«La mia idiozia. Credo di essermi fatto condizionare da valori che non erano i miei. Stavano tutti a dirci che coppia magnifica fossimo, come se la bellezza fosse l’unica cosa che può mettere insieme due persone. È difficile da spiegare, però ho avuto l’impressione di essere vissuto per molto tempo in una bolla dalla quale quando è scoppiata ho sentito il bisogno di allontanarmi il più velocemente possibile. Hai mai provato nulla di simile?»

Incontro lo sguardo profondo di lui e lo sostengo consapevole di mentire.

«No, sempre stata lucida quando si è trattato di sentimenti.» Dovrei aggiungere che adesso è diverso, che non mi era capitato un coinvolgimento tanto forte verso un uomo, che consideravo l’amore a prima vista un’invenzione letteraria.

«Che cosa ci fai qui, allora?»

«Non lo so. Dovrei scappare via solo perché stare con te mi emoziona?»

«C’è una contraddizione interna nelle tue parole» osserva serio.

«Ma chi se ne frega! La giornata è splendida, tu lo sei, sto bene dopo non so quanto tempo e dovrei preoccuparmi del futuro. Perché dobbiamo, Luca?»

Scuote la testa e abbassa le labbra verso le mie. Nulla è importante tranne il calore del sole, l’odore del mare e il suo abbraccio che è l’essenza della mia realtà.

 

La realtà non ha solo il sapore dei suoi baci, ha il suono della voce di Cecilia, fastidiosa, insopportabile nella sua presunta ragionevolezza.

«Ti stai cacciando nei guai!»

Sembra convinta che io a trent’anni possa farmi condizionare del suo giudizio. Ho cercato di proteggere il nostro amore dalla sua invadenza finché mi sono resa conto che era impossibile se volevamo avere un posto dove poter stare in intimità. Luca vive con i suoi genitori ed è fuori discussione che possiamo incontrarci lì. L’unica soluzione, a parte una camera di hotel, è il luogo in cui vivo, la dependance della villetta dei miei genitori, che hanno lasciato a mia sorella. Cecilia ha visto la moto e ha tratto le sue conclusioni che non avevo motivo di smentire.

«Da quando ti fai i fatti miei?» chiedo incrociando le braccia al petto.

«Da quando ti scopi il marito della mia assistita a casa mia.»

«Vorrei ricordarti che non è casa tua, ma di mamma e papà e che quindi è un po’ anche casa mia.»

«Questo non c’entra nulla. Io devo fare gli interessi di sua moglie, come posso giustificare la sua presenza nel tuo letto?»

«Non puoi perché tu non c’entri nulla. Luca e io ci frequentiamo, è un caso che io condivida con te un’area comune all’interno di una proprietà. Siamo tutti adulti e responsabili. Direi che non c’è altro da aggiungere.»

Cecilia stringe le labbra per la stizza. Sono delusa e addolorata e cerco di nasconderlo. Dovrebbe essere felice per me, sono sua sorella e di norma dovrei essere più importante di un’assistita.

«È tutto facile, vero?» chiede cambiando tattica. La voce è persuasiva, sottile, sembra partecipare ai miei pensieri. «Lui è un gran fico, è libero e affettuoso come pochi. Un tipo come Luca Marconi sa come fare sentire una donna unica al mondo. Io so molto di lui, più di te. E sai perché lo so? Me ne ha parlato lei, tra le lacrime, forse l’unica volta nella sua vita in cui non recitava un ruolo. Marta lo odia solo perché darebbe l’anima per riaverlo indietro ed è una donna che sa odiare con molta ferocia. Io al tuo posto starei molto attenta.»

La fisso per qualche attimo basita, poi scoppio a ridere.

«Stai cercando di spaventarmi? Cos’è? Il metodo Stanislavskij del foro!»

Mi prende per le braccia e mi fissa dritta negli occhi.

«So cosa pensi? Che lo faccia solo per il lavoro. Ti sbagli, stavolta. Luca sarebbe l’uomo giusto per te, perché ha il diritto di rifarsi una vita accanto a una donna in gamba, lo sarebbe se non ci fosse quella donna di mezzo. Ti ho già detto troppo, anche particolari che preferirei non riferissi a lui. Se questo è ciò che vuoi io non mi metterò più tra voi, però fai in modo di non coinvolgermi mai in questa storia perché sarebbe un conflitto di interessi troppo grande per me.»

Vi leggo altro, starebbe dalla mia parte, dalla nostra. Teme anche lei quella donna, le ripercussioni che potrebbe avere sul lavoro.

«Grazie.» Non trovo altro da dirle. Le sorrido e lei mi abbraccia come se fossi uno dei gemelli, con quel fare scorbutico e affettuoso al contempo di chi è abituato a nascondere i sentimenti dietro un muro di cinica professionalità.

 

Mi sembra di vivere nella bolla di cui parlava Luca qualche giorno prima. Non è tanto male, devo confessare! Soprattutto quando nella bolla c’è anche lui e siamo talmente vicini che odori, sapori e percezioni si confondono. Ho scoperto un nuovo significato di unità, che non è l’intero ma solo la parte perfetta del tutto, siamo noi due che ci teniamo per mano facendo un giro in centro, stupendoci per quel particolare fregio di un cornicione mai notato prima, di come l’orizzonte al tramonto abbia dei colori più brillanti del solito, un messaggio misterioso della primavera che sta arrivando.

Riesco a stupirmi e a commuovermi per ogni cosa dentro alla bolla dell’amore, come quando ho aperto Facebook e ho scoperto che Luca Marconi ha cambiato la situazione sentimentale da single a impegnato con Carla De Lorenzi. Con i lucciconi agli occhi e dandomi della stupida ho cambiato anche la mia e ho trascorso la mezz’ora successiva a guardare le sue foto, analizzando ogni particolare di lui, ogni sorriso, espressione e gesto immortalato nelle foto.

Oggi mi trovo costretta a togliermela di dosso per un colloquio di lavoro che risveglia in me sentimenti ambivalenti. Da una parte sarebbe magnifico se fossi assunta perché si tratta di uno studio importante e che non è fossilizzato nella nostra realtà di provincia, dall’altra preferirei non presentarmi neanche perché sono stata segnalata da mia sorella, di fatto il legale dello studio e non mi sono mai vista nelle vesti della raccomandata di turno.

L’ingegnere Castelli è un quarantenne dall’aria anonima e professionale. Mi fa accomodare nella poltrona e analizza il mio curriculum apparentemente rilassato. Osservo la scrivania diplomatica settecentesca e mi chiedo che tipo sia quell’uomo, se anche lui sia una sintesi di moderno contaminato da una sobria antichità come l’arredamento ricercato che lo circonda. Un paio di occhi grigi circondati da una montatura inesistente mi fissano in cerca della mia attenzione.

«Ha un curriculum di tutto rispetto, signorina, nonostante la giovane età.»

Che cosa succederebbe se gli scoppiassi a ridere in faccia? Quale giovane età? Ho trent’anni! Sono laureata da sei, ho frequentato master, ho fatto non so quanti stage non retribuiti. Il mio curriculum è solo frutto dell’opportunità che l’agiatezza dei miei familiari mi ha concesso.

«La ringrazio.»

«Voglio essere sincero con lei. Il fatto che lo studio legale della sua famiglia abbia da sempre  rappresentato i nostri interessi non è per noi un motivo per tenerla in considerazione. Purtroppo in passato abbiamo ceduto a pressioni simili senza averne avuto alcun beneficio. Preferiamo circondarci di persone che abbiano valide motivazioni e soprattutto capacità professionali.»

Un sorriso mi sfugge spontaneo e sembra destabilizzarlo. Forse pensa che dopo l’arma della raccomandazione possa usare quella della seduzione.

«Anch’io voglio essere sincera con lei, senza sembrare impertinente o presuntuosa. Ho sempre cercato di tenermi lontana dalle raccomandazioni ed ero un po’ in ansia per questo colloquio. Se avessi voluto fare la raccomandata sarei diventata un avvocato come mio padre e mia sorella, avrei avuto la strada spianata e non mi sarei trovata a trent’anni a dipendere ancora dai miei familiari. Se io sono la persona che state cercando datemi la possibilità di dimostrarmelo, non chiedo altro né nessuno si aspetta altrimenti.»

L’ingegnere sembra sondare se ci sia corrispondenza tra le mie parole e i miei pensieri. Sono sempre stata una persona diretta, una di quelle che per troppa onestà si prende in faccia la vita. Il mio sguardo pare convincerlo.

«C’è un aspetto della sua esperienza lavorativa che la rende particolarmente interessante per noi. Mi parli dei lavori di restauro che ha realizzato a Barcellona.»

Riprendo a respirare nonostante non mi fossi neanche accorta di trattenere il respiro. La voce esce chiara, i pensieri e i ricordi scorrono liberi riportandomi indietro di qualche settimana. Parole su parole che illustrano un progetto che non è stato solo lavoro per me, ma un carico di emozioni difficile da ripetere.

Vado via senza certezza e con tante speranze. L’ingegnere ha altri candidati da ascoltare prima di prendere una decisione. Mi illustra comunque le condizioni economiche in caso di assunzione. Non è il massimo per un lavoro qualificato come il mio, non è neanche il cannibalismo professionale a cui mi sono assuefatta.

Mando un messaggio a Luca, che è a scuola. Mi risponde di essere positiva e di credere che questa sarà la volta buona. Lo sarei di più se potessi vederlo. Non è possibile se non per un breve saluto alla scuola di calcio e poi in palestra. È il giorno di Tiziano, non il mio. Ci pensa Cecilia a rendere più piena la mia giornata. Mi trascina durante la pausa pranzo in un centro commerciale per festeggiare quello che lei considera un successo.

«Devi comprarti qualcosa di adatto per il nuovo ruolo. Non può andare vestita da fricchettona in uno studio come quello di Castelli.»

«Primo, io non sono una fricchettona! Secondo, porta male cantare vittoria prima del tempo.»

Cecilia ride e mi trascina davanti a una vetrina.

«Fricchettona e porta sfiga!» esclama indicando il mio scaldacollo di maglia che porto per cappello.

«Vorrei che ti sentissero i tuoi assistiti, altro che i tuoi posto in essere che e blablabla!» scherzo.

«Dai, entriamo.»

Una commessa giovane e carina si avvicina e Cecilia con fare spiccio elenca ciò di cui ritiene io abbia bisogno. La ragazza annuisce e io svogliata giro tra gli scaffali. Una donna si avvicina e parla alla collega. Cecilia con fare noncurante cerca il mio sguardo e sento la sua tensione. Mi avvicino incuriosita mentre la ragazza si allontana verso i camerini. Colgo la fine di un discorso e comprendo che si conoscono.

«Sto solo sostituendo una collega, non mi hanno spostata dalla boutique in centro» spiega con voce affettata.

«Non sapevo che appartenesse  allo stesso gruppo» osserva Cecilia.

«Beh, questa è la linea più divertente.»

Ci scambiamo un’occhiata e la vedo sorridere mentre scimmiotto la commessa. Cecilia sa che io odio le personificazioni quando si tratta di abbigliamento. Un tailleur non ha mai fatto ridere nessuno, pertanto definirlo spiritoso è da idioti!

Noto pure che con la mano fa un gesto strano come se dovesse scacciare qualcosa dietro. Perché non vuole che mi avvicini?

«Ho bisogno di parlarti. Ci sono delle novità!»

«Hai già preso appuntamento?» chiede Cecilia con tono professionale.

«No, intanto però…»

«No, non è il caso di parlarne qui e poi stai lavorando, no?»

«È vero, avevi detto dei pantaloni vita alta, giusto?»

Chiedo a gesti chi sia e Cecilia non fa in tempo a rispondere che l’altra si gira verso di noi.

È appariscente nella finta semplicità. È come chi ha fatto il lifting senza l’aiuto del chirurgo e non avendone bisogno. I lineamenti del viso sarebbero perfetti se non fossero appesantiti dal trucco e anche i capelli di un improbabile biondo platino sarebbero più adatti a una showgirl in tivù.

Ci mostra diversi capi e sembra molto competente in fatto di look, d’altra parte il suo è perfetto, per lei, stringata com’è in jeans skinny e tacchi vertiginosi. Mi chiedo che cosa penserebbe Luca se mi presentassi così. Mi troverebbe sexy?

Ne scelgo un paio ed entro in camerino.

«Allora, adesso puoi ascoltarmi mentre tua sorella prova.»

«Senti, io preferisco…»

«Poi ne parliamo con calma», la interrompe la commessa «intanto ho bisogno di sapere una cosa. So per certo che lui vede un’altra.»

Allungo le orecchie incuriosita.

«Siete separati, è normale, no?» commenta Cecilia.

«Dovrebbe esserlo, forse! Il fatto è che dalle notizie che ho avuto non si tratta della classica trombata e via. Ha pure cambiato il suo stato su Facebook.»

«Saranno pure affari suoi. Senti, Marta, questo dovrebbe convincerti ancora di più a dimenticare  Luca e andare avanti. Fai come lui, guardati in giro. Sei uno splendore, sei giovane, trova un altro uomo per superare questa brutta storia. Fallo per Tiziano e soprattutto per te.»

«Non cominciare con questa storia, io un marito ce l’ho, non ho bisogni di altri uomini.»

Che cosa devo fare? Vorrei essere da tutt’altra parte eppure rimango immobile trattenendo il fiato ad ascoltarla. Comprendo l’imbarazzo di Cecilia e l’unica cosa giusta da fare sarebbe andare via il prima possibile.

«Carla, a che punto sei?» mi chiama impaziente.

«C’è un’altra cosa che ho saputo. Lavora in una palestra da qualche mese, di sicuro in nero perché altrimenti dovrebbe sborsarmi dell’altro.»

«Controllerò. Comunque molte palestre sono dei circoli culturali senza scopo di lucro, magari si tratta di una forma di collaborazione…»

«Lo difendi pure! Questa si chiama evasione fiscale.»

«Non mi sembra il caso di continuare questa conversazione qui» insiste Cecilia.

«Va beh, solo una cosa. Con il fatto che lui abbia un’amante ci potrebbe uscire qualcosa per me?»

«Non credo proprio!» esclama stizzita. «Guarda, quella ragazza ha bisogno di te. Ci penso io a mia sorella.»

Respiro profondamente per calmarmi. indosso i miei pantaloni a siluro e esco dal camerino. Dopo pochi secondi siamo fuori dal negozio.

«Cazzo, Cecilia, Luca è un bancomat per lei?!»

«Non lo so. Adesso l’hai conosciuta e hai tastato di persona la donna con cui hai a che fare» dice amareggiata.

«Luca non è suo, lui non la vuole. Tra noi sta nascendo qualcosa di bello e importante e non permetterò a quella strega di dividerci.» La voce mi esce un po’ strozzata.

«Buona fortuna, che dirti. Consoliamoci con un dolce, ci vuole proprio!»

 

Luca

Domani partirà. Era il momento che aspettava da tempo ed è giusto che sia arrivato. Come sarà trascorrere un’estate senza di lei, immaginarla mentre si aggira tra le stanze di un palazzo settecentesco siciliano con il naso in aria, persa dentro affreschi e stucchi, mentre io friggo di gelosia e caldo? Conterò i giorni che mi separano dal volo che mi porterà da lei, aspetterò l’ora di una sua chiamata stordendomi di attività fisica. È giusto che vada via, lo è per noi che dobbiamo capire a che punto siamo arrivati, un punto pieno di silenzi, con me immusonito dalla frustrazione e dal nervosismo per le pressioni di Marta che non perde occasione per ironizzare su Carla. Non le importa se a farne le spese è Tiziano che per non sentirsi in colpa con sua madre tratta Carla con una freddezza inusuale per un tipo vivace come lui. Lo hanno notato tutti, Carla per prima, anche mamma che sembra accettare senza replica la presenza di una donna accanto a me. Si sta esaurendo il nostro rapporto? Finirà non appena saremo lontani? Ci saranno sempre meno chiamate fino a esaurirsi? Non saprei. So che la voglio, che mi sento sereno e completo quando mi è accanto, ridiamo delle stesse cose, amiamo la vita e il mondo guardandolo quasi dalla stessa angolazione. Anche il sesso è perfetto, ma questo non ha importanza. Anche con Marta lo era, ha rappresentato l’accanimento terapeutico del nostro matrimonio, illusi come eravamo che se si trombava bene tutto il resto prima o poi si sarebbe sistemato. Sono stato l’artefice dell’eutanasia e ne sono felice, soprattutto adesso che c’è Carla. Domani partirà e ho solo questa serata per convincerla che io sono l’uomo giusto per lei, che possiamo superare quest’estate senza angoscia e che possiamo e dobbiamo credere in un futuro insieme.

Busso al cancello che dopo qualche secondo si apre con un sordo rumore metallico. Do un’occhiata alla villa, le imposte sono aperte e la luce filtra fuori dando una sensazione di calore familiare. Mi punge una spilla d’invidia per la famiglia che in questo momento sta vivendo una normale serata. Immagino i gemelli fare baccano e i genitori sbuffare dicendo di non sopportarli più. Eppure loro sanno qual è l’inferno di gelo emotivo che affligge tante altre famiglie disfatte. Ne raccolgono i pezzi ogni giorno.

Carla mi aspetta davanti alla porta. Cerco di fissare la sua immagine nella memoria. Il volto dai lineamenti dolci che sfuma in un mento puntuto, quasi a sottolineare che dietro a tanta dolcezza si cela un carattere deciso e intraprendente. Gli occhi grandi di un nocciola chiazzato di verde con un netto contorno scuro intorno all’iride come spesso si vede solo nei bambini e il corpo dall’ossatura minuta che sembra portare con fatica le sue curve da donna.

Mi avvicino e l’abbraccio, respirando l’odore di shampoo dei suoi capelli. Sento un vuoto dentro, che vorrei colmare amandola fino a toglierle il respiro. Lo ributto dentro di me, in attesa che arrivi il momento adatto.

Siedo sul divano in attesa che lei arrivi dalla cucina. Le finestre sono aperte e il vento delle colline smuove le tende e rinfresca l’ambiente. Tra qualche settimana un’afa fastidiosa sostituirà la frescura, ma lei non dovrà sopportarla.

Mi porge un boccale di birra fredda e comincia a parlare degli ultimi preparativi e dell’eccitazione per quel progetto quasi caduto dal cielo.

È nervosa, anche se finge noncuranza. Forse dovremmo smettere di parlare e dimostrare con i fatti che il nostro amore è forte. Sente l’intensità del mio sguardo e tace turbata.

«Non dovremmo sprecare questa sera» osservo.

Distoglie lo sguardo dal mio e una sensazione fastidiosa mi prende allo stomaco.

«Che succede?». Non voglio sembrare allarmato, non ci riesco quando si tratta di lei.

«Io devo andare, lo capisci, vero?»

«Ne abbiamo parlato altre volte, stai tranquilla. È la tua occasione, anche se sono convinto che nessuno ti abbia regalato nulla e che se ti stanno dando questa fiducia è perché li hai conquistati con la tua bravura.»

«E perché sono l’unica che capisce qualcosa di restauro» aggiunge con la voce quasi spezzata.

«E allora?»

«Ho un ritardo.»

Una folata di fresco asciuga il velo di sudore che deve avere coperto il mio corpo raggelandomi.

I nostri sguardi sembrano sospesi nell’immobilità.

«Ritardo? E la spirale?» chiedo come un idiota.

«Non lo so. Potrebbe essersi spostata, a volte capita. Sei sbiancato» osserva con freddezza.

«Mi pare pure normale, no? Domani dovresti partire per Catania e te ne esci fuori con questa notizia come se neanche fosse importante. Non puoi partire se prima non risolviamo la questione.»

«Quale questione, non capisco?»

Sento la mano fredda e tremante mentre con fare nervoso mi accarezzo nervosamente la testa quasi rasata.

«Quale questione? Non lo so, Carla? Sei incinta? Hai fatto il test? In tal caso non puoi partire senza avere prima risolto.»

«Risolto?» ripete di nuovo.

«Hai fatto il test?»

Mi guarda e non risponde. Glielo chiedo di nuovo con un tono alto e impaziente. Vorrei scappare, salire sulla moto e andare il più lontano possibile da lì senza aspettare la sua risposta.

«Sì, è positivo. E ora?» chiede sfidandomi.

«Non possiamo tenerlo, lo capisci, vero?»

Sento la voce strozzata e il divano avvolgermi in modo soffocante. Mi alzo di scatto, allontanandomi da lei, dal suo sguardo ferito e incazzato.

«Devo abortire?»

«Senti, non metterla in questi termini.»

«E in quali dovrei? Non ne conosco altri.»

Torno a sedermi sul divano e provo a prenderle le mani, ma le nasconde incrociandole al petto.

«Ascoltami, io ci sono passato e lo so che cosa significa avere un figlio. Nel nostro caso è improponibile. Io ho già un figlio, ho una causa di separazione che mi sta facendo impazzire, un mutuo da pagare per una casa nella quale non posso neanche mettere piede, ma va bene lo stesso perché lo sto facendo per Tiziano. Ho tre lavori, tre, e vivo con i miei genitori perché non posso permettermi un appartamento da solo. Mi vuoi spiegare come potrei  pensare di sobbarcarmi la responsabilità di un altro figlio?»

Carla ha gli occhi lucidi e sta facendo uno sforzo enorme per non piangere.

«Non è impossibile. Adesso io ho un lavoro e quanto alla casa non è un problema, vivremo qui e poi i miei genitori possono aiutarci.»

«Tu sei fuori dal mondo!»

«Io non ucciderò mai mio figlio. Non è qualcosa con cui si può scendere a compromessi o dare un tempo. Se tu non te la senti non posso importi nulla, in tal caso quella è la porta.»

Mi sento un macigno al posto del petto che quasi mi impedisce di respirare. Sostiene il mio sguardo, il mento appuntito volto in alto, immobile in attesa che io cambi idea.

«Come farai a partire domani?». Ci provo ad aggirare il discorso, a buttarla sul piano professionale. Carla ama il suo lavoro e non credo che ci rinuncerebbe per nulla al mondo.

«Essere incinta non significa essere malata.»

«Questo non puoi saperlo. Dovresti informare l’ingegnere.»

«Chi ti dice che non l’abbia fatto!»

Assorbo la notizia con difficoltà. Sono stato il cornuto della situazione? L’ultimo a esserne informato?

«Avresti dovuto parlarne con me prima di sbandierare la notizia a destra e a manca!»

«Qual è il problema? Che Castelli pensi che tu mi abbia convinto ad abortire!» esclama dura.

«Io non voglio convincerti, è purtroppo l’unica soluzione. Abbiamo già un bambino, Tiziano…»

«Tuo figlio mi detesta!»

«Solo perché non ti conosce bene. Con il tempo imparerà a volerti bene.»

Scuote la testa in diniego e si alza. La seguo e l’abbraccio da dietro. Non riesco a sciogliere la rigidità del suo corpo con il mio calore.

«Non può finire così, Carla.»

«Tu non vorrai mai altri figli, vero?»

«Non lo so, forse sì, ma adesso non è proprio il momento. Viviamo alla giornata, non possiamo fare progetti neanche per il prossimo anno. Questa è la realtà. Un figlio ci allontanerebbe, io lo so.»

«Ho bisogno di stare da sola, vattene, per piacere» dice stanca.

«Non abbiamo ancora deciso nulla.»

Mi fulmina con lo sguardo. «Non capisci che non c’è niente da decidere. Tu non vuoi un figlio, io non potrei mai liberarmene. Non c’è nulla che mi potrebbe fare cambiare idea.»

«Promettimi almeno di rimandare la partenza…»

«Vattene, Luca, prima che io perda la pazienza sul serio. Voglio stare da sola.»

«Ma non lo capisci che non posso lasciarti andare!»

«Va bene, allora me ne vado io.» Corre verso l’ingresso e prende la borsa.

«Dove vai!? Hai vinto, me ne vado, tanto oggi non c’è modo di farti ragionare. Ci sentiamo domani» dico rassegnato.

Mi segue con lo sguardo mentre esco dalla sua casa e dalla sua vita, la borsa ancora tra le mani e un’espressione di delusione che mi fa stare male.

Inizio a girare senza meta tra le vie della città. I bar brulicano di vita adesso che il tempo è bello. Molti ragazzi si godono l’ultimo drink prima di andare a letto in attesa di un nuovo giorno di scuola o di lavoro.

Vorrei essere con lei per cercare di rompere la corazza di incomprensione che ha indossato. Perché non vuole capire? Chi meglio di me può sapere che cosa significa essere padre. Crede che io sia un uomo senza cuore e coscienza e mi fa male, un dolore lancinante che non riesco a scrollarmi di dosso. Avrebbe dovuto sentire la mia paura, non di quelle ataviche e prive di fondamento, ma paura reale di un futuro che non esiste, fatto di una miseria di cui ignoriamo tutto e per questo ancora più temibile.

 

Carla

Perché l’ho fatto? Mi alzo faticosamente dal pavimento del bagno e vado al lavabo. Mi lavo il viso con l’acqua fredda e mi guardo allo specchio. Ho gli occhi gonfi e arrossati dalle lacrime. Il test di gravidanza giace per terra. Con un gesto rabbioso lo pesto con tutta la forza e godo a vederlo disintegrarsi.

Se solo potessi tornare indietro nel tempo! Se solo non fossi tanto testarda e orgogliosa. Mi era quasi cullata nell’idea che lui sarebbe stato curioso, eccitato e fremente davanti alla possibilità di un nostro bambino. Poi avrei fatto il test e anche se un po’ delusi dal risultato avremmo fatto l’amore consapevoli che in un altro momento avremmo potuto creare una vera famiglia. E invece no, lui non vuole altri figli. Lui ha Tiziano, si accontenta delle briciole avvelenate che quella disgraziata di sua moglie gli concede e scambia questo suo mendicare affetto per paternità.

È una fortuna che io domani parta, sarò talmente immersa nel mio lavoro che avrò poco tempo per pensare a lui. E poi chissà, la Sicilia è piena di uomini che possono aiutarmi a distrarmi, non lavorerò mica tutto il tempo. Raccolgo i pezzi del test e li butto nel cestino della spazzatura. La linea che indica il risultato negativo è rimasta intatta quasi a farsi beffa di me.

 

La bolla maledetta non vuol sapere di rompersi. Ci vivo dentro da giorni in solitudine, cullandomi nei ricordi e intavolando monologhi che giustifichino il mio comportamento con Luca. Non mi aiuta Cecilia che sembra aver preso le sue parti e mi accusa di essere egoista e immatura, idealista e priva di logica ed empatia. Se solo provassi a mettermi nei panni di Luca per cinque minuti capirei le sue ragioni. Tra un mese sarà un disoccupato, tra tre potrebbe essere sbattuto a centinaia di chilometri e dovrebbe ritenersi fortunato. Odio la logica e l’empatia di Cecilia, la sua supponenza sui fatti della vita. È vero, mi commuove più una chiesa gotica che un mendicante al semaforo, ciò non significa che io non possa calarmi nella vita altrui. Secondo lei, è stato solo un modo per allontanarmi da Luca che stava diventando importante al punto da frapporsi al mio lavoro. Ha liquidato il fatto che lui sarebbe stato pronto ad abbandonare me e nostro figlio dicendo che se non c’è il corpo non c’è neanche il reato e che fare il processo alle intenzioni è come combattere contro i mulini a vento. Dovrei chiamarlo per tranquillizzarlo che non c’è nessuna gravidanza, magari modificando un po’ la realtà perché mi prenderebbe per idiota, e già per questo gli basta e avanza Marta.

Mi prendo del tempo, ignorando le sue chiamate, nonostante il groppo alla gola e il prurito alle dita non appena vedo il suo nome nel display. Il lavoro aiuta, per fortuna. La villa è un edificio elegante e lineare immerso nella natura montana dei Nebrodi. Mi si stringe il cuore a vederlo in stato di disfacimento e mi chiedo che cosa avesse nel cervello chi si è macchiato di una tale infamia. È stato acquistato da una società toscana che vuole ricavarne un resort senza tuttavia sconvolgere la struttura originaria. Il lavoro preliminare fatto nello studio mi può essere utile solo in parte, un conto è lavorare con immagini e ricostruzioni virtuali altro è toccare con mano affreschi e decori che profumano di storia. Ho scoperto che nella zona la villa è conosciuta con un altro nome, quello di una sfortunata proprietaria, la contessa Apollonia, che prima che la sacra rota annullasse il suo matrimonio perché era sterile si lasciò morire di fame. Della contessa rimane solo un ritratto, il mio preferito, che ritrae una donna minuta, dai lineamenti delicati e i capelli corvini. Immagino che  anche la bella Apollonia sia rimasta invischiata nella bolla, altrimenti avrebbe mandato a quel paese il conte e si sarebbe sollazzata con una schiera di amanti.  La magia della villa non è circoscritta all’edificio, ma si allarga nel parco con alberi secolari che si possono ammirare lungo i sentieri che si inerpicano tra le alture e che ricordano i parchi del mio paese se non ci fosse la luce a sottolineare la differenza. La luce della Sicilia è magica di per sé. Sembra quasi artificiale nel senso che si ha l’impressione che dietro vi sia la mano di un regista occulto a guidare l’intensità e la gradazione per mettere in evidenza un particolare paesaggistico o un semplice e diroccato muro a secco. Spero solo che gli impegni lavorativi mi permettano di girare per l’isola, che è un parco archeologico a cielo aperto. Osservo il tramonto seduta su una panchina di pietra. Il cielo striato di rosa e di azzurro acquista un delicato colore lillà che gradualmente diventa più cupo. Dovrei prendere la macchina e scendere in paese dove mi attende una doccia rilassante nella mia camera. Squilla il cellulare. Non ho bisogno di guardare per sapere che è lui. È inutile temporeggiare ancora, tanto prima o poi dovrò parlargli.

«Carla, finalmente!»

«Ciao.»

«Che fine hai fatto? Ti chiamo da giorni.»

«Sono stata occupata. Come va?»

«Io bene, tu?»

«Si lavora. C’è molto da fare.»

«Senti, ti volevo dire…insomma…»

«Sono delle scuse? Senti tu, prima che dici qualche altra fesseria. Stai tranquillo, non c’è nessun bambino. Mi sono venute dopo due giorni. È stata la tempesta solare a provocarmi il ritardo» dico tutto di un fiato.

«Tempesta solare? Che cazzo dici, Carla!»

«Beh, l’avrai sentito in tivù, con tuo padre, poi! Me l’ha confermato la mia ginecologa. C’è stata la tempesta solare e in tipi più sensibili può provocare scombussolamenti fisici. Ti ricordi che ti avevo detto che l’orologio non mi funzionava bene?»

«Sì, ricordo. Ma va! Che cose strane! Scusa e il test? Si è fuso anche quello?» chiede sospettoso.

«Eh…no. Dovrei dirti una cosa. Però non arrabbiarti, va bene?»

«Di’? Credo che in questo momento potresti dirmi di tutto!» afferma.

«Io non avevo fatto il test. L’ho fatto dopo ed era negativo.»

Non ce la faccio proprio a mentire, è più forte di me.

«Cosa? Vuoi dirmi che mi hai fatto sentire uno schifo per niente?» Il tono non è dei migliori.

«Per niente, no! Avrai pure le tue colpe. E se io fossi stata davvero incinta? Mi avresti piantata?»

«Tu non sei incinta e mi hai mentito senza motivo. Tu hai idea di quello che ho passato io in questi giorni?»

«Ma che immagini? Neanche io sono stata bene.»

Lo sento sospirare dall’altra parte.

«Non credo proprio. Posso sapere almeno la ragione per cui mi hai raccontato una cazzata?»

«Volevo sapere fino a che punto saresti arrivato.»

«Tu sei fuori di testa!»

«Se è questo che pensi non c’è motivo di continuare a sentirci. Io voglio una famiglia vera e un impegno. Se non ti senti pronto non posso importi il mio amore» dico dura.

«Quindi mi scarichi? Perché non cerchi di essere sincera? Tu vuoi farti la vacanza in Sicilia e essere libera di trombare chi vuoi con la coscienza a posto. Potevi anche dirmelo prima, invece di inventarti di essere incinta e dare la colpa a me.»

«Tu sei pazzo! Addio!» Spengo il cellulare con forza. Basta, Luca Marconi con me ha chiuso!

 

Luca

Mi alzo dal divano rovente e cerco l’angolo in cui si forma una lieve corrente d’aria che rende l’ambiente respirabile. Mamma scuote rassegnata un ventaglio mentre Giuliana ancora in short e canotta aspetta l’orario per prepararsi e uscire. Mio padre ha rinunciato a guardare la tivù ed è affacciato al balcone nonostante non soffi un alito di vento.

«Piero ti presta di nuovo la casa al Giglio per le vacanze?» chiede mia madre.

«Non gliel’ho chiesto. Che ci vado a fare? Magari una foto con Tiziano e il relitto della Concordia sullo sfondo? Mi vergognerei pure a uscire di casa per la paura di essere scambiato per un turista dell’orrore!»

Giuliana fa un segno d’assenso, mamma sbuffa.

«Però così si rovinano gli isolani!»

«Ma se c’è un viavai di gente!» replica Giuliana.

«Appunto» aggiungo. «Tutta colpa di quel coglione di capitano che pensava di pilotare un aliscafo! Non bastano i politici a farci fare certe figure di merda a livello internazionale adesso ci si mette pure la gente comune.»

«Ti riferisci a Berlusconi?» chiede un po’ alterata mamma. «È meglio quel tuo Monti che ci sta salassando!»

«Ma ancora lo difendi? Se Berlusconi era la malattia, Monti è la supposta per curarla, purtroppo adesso devono mettersela anche quelli che non volevano ammalarsi» obietta Giuliana.

Mamma stringe le labbra stizzita, non ha argomenti di replica, per nostra fortuna.

«Perché non porti Tiziano in Sicilia?» torna all’attacco.

Non le rispondo e vado a sedermi di nuovo sul divano. Cambio canale, tanto il calcio non interessa a nessuno.

«Sarebbe un posto nuovo e lì il mare dicono che è bello» aggiunge. Lancio un’occhiata di soccorso a mia sorella che alza le spalle.

«Che ci vado a fare in Sicilia? Non conosco nessuno e non posso permettermelo.»

«C’è Carla, no?»

«Appunto, nessuno!» esclamo con un principio di incazzamento.

«Magari è felice di rivederti.»

«Non ricominciare, è finita.»

«Vedi come ti arrabbi, non è finita per niente. Ma poi non ho capito, perché? Sembrava che foste tanto legati.»

«Te l’ho già detto, smettila di tormentarmi. Carla fin dall’inizio aveva precisato che il lavoro sarebbe venuto prima e inoltre non se la sentiva di legarsi a uno sfigato.»

«Senti, non mi sembra il tipo. Ma tu le hai mai detto che le volevi bene?»

Sento Giuliana sghignazzare dalla poltrona. Bastarda di una sorella! Vien da ridere anche a me nonostante tutto. Ma tu vedi se un uomo di trentacinque anni deve ancora sopportare le intrusioni materne!

«Mi stai facendo una paternale?»

«Non può» si intromette mio padre che incuriosito ha lasciato la pseudo frescura del balcone «Quella dovrei farla io, ma non ci penso per nulla, anche se Carla mi piace.»

«Non hai risposto?» continua a dare il tormento la signora madre.

«Oh ma’, mica siamo ai tuoi tempi. Adesso non c’è bisogno di dirle certe cose, si sentono. Se ci si continua a vedere significa che ci sono dei sentimenti, altrimenti arrivederci e addio.»

«Che squallore! Risulta anche a te?» chiese a Giuliana.

«Ma quando mai. I maschi sono convinti così. A me fa piacere che mi si dica che sono importante.»

«E chi te lo dice, brutta come sei!» scherzo e schivo ridendo un cuscino.

«Vi sentirò punzecchiarvi anche da vecchi?»

«È possibile, mamma» risponde Giuliana.

«Luca, stai facendo il gioco di quella zoccola» dice improvvisamente seria.

«Non c’è nessun gioco e questa volta Marta non c’entra nulla.»

«Infatti non è un gioco, è una guerra e tu sei uno stupido a non capire. Lei continua a illudere Tiziano che tornerete insieme e che Carla è il nemico, per questo non la può vedere. Lei ti vuole o solo o con lei, comunque avrà vinto. È questo che vuoi?»

Non le rispondo e il caldo diventa opprimente in modo insopportabile. Dopo pochi minuti sono sulla mia moto, divoro l’asfalto rovente che mitiga con il calore il freddo della velocità sulla mia pelle. Mi fermo davanti alla villetta. La dependance è al buio, sento delle voci provenire dal giardino, le risate dei bambini e il rumore di corpi che si tuffano in piscina.

Potrei avere anch’io tutto ciò un giorno, ci sto rinunciando senza lottare. Perché? Io amo Carla, nonostante mi abbia lasciato con la scusa più idiota del mondo io continuo a pensare a lei ogni istante della mia giornata. Mamma sbaglia, non c’è nessuna guerra da combattere perché Marta non fa parte della mia vita ed è giusto che io affronti una volta e per sempre la questione con Tiziano. È un bambino, forse all’inizio non capirà ma con il tempo si adatterà a una realtà nuova e migliore.

 

Carla

Sento un solletico alla mano, mi sveglio di soprassalto e cerco di scacciare l’insetto fastidioso che mi prude. Non è un insetto, è una mano piccola dalle dita sottili e lunghe. Indossa un anello di foggia antica con un grande topazio. Conosco l’anello, è di Apollonia, l’ho visto nel quadro. Salto su impaurita, mi faccio piccola rannicchiando le gambe al petto con la schiena appoggiata al cuscino. È lei, ma non fa paura, mi sorride e si siede su un angolo del letto.

«Mangiare troppo fa male» dice con una vocina lieve dal marcato accento. «Gli altri non lo sanno, dicono che io non mangio e che morirò e invece non capiscono che si mangia per gli altri, per nutrire un figlio, per amare il proprio uomo. Presto sarò sola e il mio corpo non servirà a nessuno.»

Mi fissa intensamente e ripete la frase più volte come a convincersene.

«Servirà a te. Ci sono altri uomini, ci sei tu, puoi viaggiare, il mondo è pieno di posti meravigliosi, ci sono tante cose da vedere, tante emozioni da provare. Tu sei viva, Apollonia, devi uscire dalla bolla.»

Lei sorride e alza le braccia e io vedo la bolla. È come un enorme chewing gum trasparente che la circonda per intero. Allungo la mano per toccarla, è duro e liscio con il vetro.

«Devi uscire da lì, Apollonia, solo così potrai vivere.»

La contessa scuote la testa con un sorriso sereno. Mi alzo e prendo il cilindro in cui tengo i disegni e con tutta la mia forza colpisco la bolla, che comincia a volare con dentro la contessa. Vedo la finestra aperta e cerco di fermarla ma non sono abbastanza veloce. Urlo di frustrazione quando attraversa il davanzale e mi sporgo per chiedere aiuto.

Mi sveglio in un bagno di sudore con il cuore in tumulto. Sento la mia voce ripetere che è stato solo un incubo come se provenisse dall’esterno. Sento la gola arsa, bevo una sorsata dalla bottiglietta e mi alzo per sciacquarmi il viso.

È quasi l’alba. Apro la finestra e rimango a guardare il sole che sorge. Poco più là c’è l’Etna. In alcune giornate è visibile dalla villa, adesso è coperto dalla foschia. Vorrei che Luca fosse qui con me, vorrei poggiare la testa sulla sua spalla e guardare fuori in silenzio.

Ho pensato al nostro rapporto a lungo in questo periodo, forse a parte al lavoro non ho pensato ad altro. Non esiste alcuna bolla dalla quale dovrei risvegliarmi perché il mio amore non è malato, il mio amore non è un sogno o un’infatuazione. Io amo Luca con tutto il mio cuore e con la mente, lo amo anche se teme il domani, lo amo per come sa essere padre con Tiziano, lo amo per quei silenzi con i quali non vuole riempirmi dei suoi problemi. Io lo amo e tutto il resto non conta.

Prendo il telefono e faccio il suo numero, non posso neanche aspettare il tempo di trovarlo in rubrica.

Il telefono squilla più volte, poi sento tacere dall’altra parte.

«Ti amo» dico con la voce strozzata dalle lacrime.

«Anch’io immensamente» risponde ancora assonnato.

«E allora?»

«Allora niente. Ma che ora è?»

«È l’alba qui, apri la finestra e dimmi che cosa vedi.»

«Il palazzo di fronte, che vuoi che veda!» dice con tono scherzoso.

 

L’auricolare inizia a darmi fastidio, l’alba è passata da un pezzo e dovrei smuovermi per correre al lavoro, ma non riesco proprio a chiudere la chiamata. Abbiamo già costruito una casa, realizzato un centro sportivo con spa e scelto l’asilo nido per il nostro primo bimbo. Adesso dobbiamo scegliere il nome della seconda.

«Apollonia?» propongo.

«Oh, sei sempre il solito teschio-man!» esclamo ridendo al suo commento irripetibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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