Racconto di Natale…Ulisse, il bassotto internauta

Ulisse, bassotto internauta

Il mio nome è Ulisse. Sono un essere vivente internauta, infatti un vero genio del computer si nasconde sotto l’aspetto innocuo di un mammifero quadrupede e peloso, del genere canis lupus familiaris o più semplicemente cane bassotto. Scommetto il mio osso preferito che qualcuno si sta grattando la testa, chiedendosi come ci riesca. Non c’è un motivo, come per le mani di Michelangelo e i piedi di Maradona.

La sera di Natale di qualche anno fa Marta dagli occhi tristi mi portò a casa sua dentro un bel cestino con un fiocco rosso e lo mise con delicatezza sotto un albero senza odore, illuminato da tante luci colorate. Quando lei si allontanò, io ne approfittai per uscire fuori, attirato dal profumino invitante che emanava una grande scatola. Era un dolce grande quando una torre, ricoperto di goloso zucchero, peccato che quando provai a leccarlo, avvertii un deludente sapore di cartone.

«Mamma! È bellissimo.» Un fulmine piovve su di me, staccandomi a forza dalla scatola. Mi strinse tra le sue braccia, che erano forti e odoravano di buono. Gli leccai la mano, anch’essa squisita.

«Mattia, non lo stringere. È un cucciolo e puoi fargli male. È speciale, sai? Vedi la zampina di davanti? La destra è un po’ più piccola della sinistra e non crescerà molto. Ma a noi non importa, vero? È il nostro magnifico cagnolino.»

Mattia mi lasciò andare e io trotterellai di nuovo verso la scatola colorata.

«Ha fame, vuole il pandoro.»

«Che golosone! Anch’io ho voglia di dolce. Lo apriamo?»

«Vieni, cucciolo. Andiamo in cucina…» Mattia mi sollevò, ma invece di essere riscaldato dalle sue braccia rimasi sospeso. «Mamma, come si chiama?»

«È tuo, scegli tu il nome» disse, mentre si allontanava.

Mattia avvicinò i suoi occhi ai miei, tanto da specchiarmi.

«Tu sei Ulisse, il più astuto eroe degli Achei, il terrore dei Ciclopi e delle sirene e navigatore dei sette mari…no, quello è Simbad! Quale nome preferisci Simbad o Ulisse?»

Continuò a ripeterli finché io, impaziente per l’odore di zucchero e vaniglia che mi attirava più di qualsiasi canto di sirena, non abbaiai mentre ripeteva “Ulisse”. Fu così che fu scelto il mio nome.

Quel Natale Mattia ebbe anche un altro regalo dal suo papà, che non vive con noi. È una valigetta nera che si apre e grattandogli la pancia diventa una strana finestra, dalla quale si ascolta la musica, si parla con altri e si fanno tante altre cose. Cominciò per gioco, quando Mattia prese la mia piccola zampina per muovere il mouse. Da allora sono passati migliaia di croccantini dalla mia ciotola e il computer non ha più segreti per me, nonostante esso sia il nostro magico segreto che non vogliamo condividere con nessuno.

La voce di Mattia non è più squillante come allora e ha un chiodo fisso nella testa. È una ragazza molto carina, si chiama Lara e secondo Mattia, è la migliore colpitrice di testa della squadra di calcio dei Fast and Furious, di cui Mattia è capitano e Francesco (o Gorgonzola, secondo il mio sofisticato fiuto) portiere.

«Ulisse, avresti dovuto vederla oggi, ha dribblato meglio di Messi e con una botta di sinistro ha incassato in rete. Davvero fresca!»

Faccio finta di niente e continuo a scorrere le immagini dei quadri astratti…Picasso…Uh, che brutto! Un uomo con la testa a uovo mi spaventa dall’altra parte dello schermo. Sembra più impaurito di me. Abbaio per attirare l’attenzione, ma Mattia quando comincia a parlare di Lara non la finisce più.

«Sai, lei è … Lara, lei è Lara e nessuna è come lei. Hai trovato gli astrattisti? Peccato che non parli! Ok, Ulisse, adesso manda in stampa Guernica e smettila di abbaiare all’Urlo. Apri Msn e vedi se c’è Francesco in linea!»

Mi gratto un orecchio e lo guardo sottecchi. Un “grazie, Ulisse” sarebbe gradito. La stampante si aziona e il foglio comincia a scorrere con un suono che unito alla voce di Mattia confonde il mio udito. Gorgonzola non è in linea, spero che si stia lavando i piedi! Meglio, ho una certa urgenza e Marta non è ancora tornata. Riconosco l’avatar di Lara, una farfallina svolazzante. L’immagine intorno è luminosa, è in linea…quasi quasi apro la chat! Mattia non me lo perdonerebbe mai. Gli lancio un’occhiata, è buttato sul letto con le calze a righine e una vecchia tuta. Basta un lieve tocco e lei è lì con la grande finestra che si riempie di lettere.

«Domani quando la vedrò…»

Lo interrompo con un ululato e aumento l’audio delle casse. Un segnale acustico fa scattare in avanti Mattia.

«È Lara!». Adesso capisco che cosa potrebbe essere accaduto al modello dell’Urlo. Ha incontrato la donna dei suoi sogni mentre stava pensando a lei e indossava qualcosa di strano, tipo due scarpe diverse o i pantaloni strappati in modo imbarazzante.

Ritorno a ululare per incitarlo, mentre l’immagine comincia a vibrare per i trilli della farfallina impazzita.

«Brutto cagnaccio traditore!» mi lancia uno sguardo assassino prima di cominciare a smanettare con dita tremanti. Lascio la stanza sperando che ci sia qualche buco in cui infilarmi per uscire di casa. Il computer di Marta è spento, altrimenti avrei potuto collegarmi e chattare a Mattia che se non mi lascia uscire immediatamente, potrei allagargli la cameretta.

Quando Mattia si decide ad accompagnarmi fuori sono al limite della resistenza, tuttavia da bravo cagnetto domestico aspetto di trovare il cespuglio adatto per liberarmi. Approfitto dello squillo del suo cellulare per allontanarmi e andare in cerca dei miei amici randagi, ma non li trovo. Credo di avere perso la cognizione del tempo nel cercarli perché al mio ritorno Mattia sembra agitato.

«Dove sei stato? Va bene la libertà, però non approfittarne. Se ti perdi, vai a sentire la mamma!»

È notte fonda e io dovrei dormire, tuttavia c’è qualcosa che mi turba, chiamalo sesto senso, se vuoi. Capita che i miei amici non si trovino vicino alla panchina perché qualcuno li ha cacciati o sono in cerca di cibo, anche se di solito c’è una signora che gli porta qualcosa da mangiare. Questa volta è diverso sebbene non riesca a capirne il motivo. Meglio dormire. Un ultimo sbadiglio e mi rilasso per la ninna.

Dopo due giorni sono nervoso e preoccupato. I croccantini sono sparpagliati sotto la panchina, a dimostrazione che solo qualche colomba o qualche gatto schizzinoso ne ha mangiato un po’. L’odore dei miei amici, anche se ancora persistente, è diminuito. Che fine hanno fatto? Sono andati via senza salutarmi? Non sembrava avessero intenzione di trasferirsi quando abbiamo conversato l’ultima volta.

Approfitto della prima occasione per mandare un messaggio a Mattia, che non sembra preoccuparsi più di tanto. È colpa mia perché da quella prima chat con Lara, ne sono seguite tante altre, che lo distraggono da tutto, anche da me. Adesso vorrei dargli un bel morso nel didietro per urlargli che anche io esisto, che i miei amici sono scomparsi e non importa a nessuno se non a me e alla vecchietta che adesso sbriciola cracker per le colombe.

Sono strane creature gli uomini, indifferenti come i gatti se non ai loro interessi. Sono i padroni della Terra e potrebbero sconfiggere il male se solo volessero. Perché esistono le zanzare, mi ha chiesto un giorno Mattia. E le malattie? Che senso ha la vita di un batterio che vive solo per uccidere? Non ho saputo rispondergli, ho scritto “zanzara” sulla barra di ricerca di Google e lui ha letto, senza trovarvi la spiegazione giusta. Nei giorni seguenti ho cercato al suo posto e ho compreso che tutti gli esseri viventi anche i più feroci e mortali agiscono per sopravvivere, tranne l’uomo che è cattivo solo per divertimento. Non è bello pensare ciò di chi mi dà affetto e cibo, ma io ho il dono di poter mettere a confronto il mondo degli animali e quello degli uomini e non tutto quel che vedo mi piace.

C’è brutto tempo e pioviggina. Le luminarie natalizie, che illuminano di festa la strada, non mi rendono allegro. Guardo la panchina dove un povero barbone riposa ed emetto un guaito. Mi avvicino a lui e lo annuso. Ha un odore forte che racconta lunghe storie di giornate trascorse per la strada, tra pozzanghere e bidoni di rifiuti. Dov’è la signora delle colombe? Non ha nulla per lui? L’uomo apre gli occhi e mi sorride sdentato, allunga una mano verso di me e mi dà una carezza che ricambio con una leccatina. Vorrei chiedergli se lui, che ha tanto viaggiato, sa dove si trovino i miei amici, se li ha incontrati e ha scambiato qualche momento di calore con loro.

«Bel cagnetto!» esclama con voce stanca.

«Ulisse!» mi chiama seccato Mattia. Guarda il cielo dal quale la pioggia cade sempre più insistente. Anche lui è un cucciolo d’uomo, dovrebbe ridere e giocare sotto l’acqua, invece di averne paura. Gli corro incontro e di proposito lo schizzo d’acqua.

«Smettila!» urla, ma in fondo ride perché vorrebbe saltare a piedi uniti dentro la pozzanghera, magari solo per vedere quanta acqua riuscirebbe a spazzare intorno. Si trattiene per non sentire i rimproveri di Marta, che vorrebbe ripulire tutto. Mattia mi ha spiegato che è una forma di follia delle madri, ce l’hanno quasi tutte. Sono come un cd bloccato che da melodioso diventa stonato. Profumo, pulito e igiene, insieme a mangia, studia e pettinati sono le parole più usate, tanto che una persona come Marta, che è bella come il vento che mi sfiora dal finestrino dell’automobile, diventa una noia senza fine.

Sono al caldo e profumato dopo un bagno, la mia pancia è piena e il cuore è triste senza i miei amici. Ci sono altri animali che conosco, ma nessuno è come loro perché non sanno che cosa è la libertà. C’è il pittbull color miele del primo piano che mostra i denti solo perché il veterinario gli ha fatto una pulizia, lo yorkshire che pensa di essere il padrone del palazzo solo perché fa la pipì nell’ascensore. Sanno solo spettegolare e vantarsi dei loro padroni come se il mondo fosse tutto tra quelle quattro mura.

Entro nella camera di Mattia, ronfa nel sonno. Il computer è in stand-by. Lo accendo e mi connetto con la sede dei giornali locali, poi, non contento navigo nel sito della polizia. Mando messaggi a tutti con l’account di Mattia, così impara a non darmi ascolto.

Il giorno dopo si parla dei randagi scomparsi nel telegiornale locale. Mattia smette di mangiare e mi fissa sospettoso. La bella giornalista aggiunge una notizia che ci lascia smarriti. Tante altre persone hanno denunciato la scomparsa di randagi in diverse zone della città e questa volta il canile comunale non c’entra nulla, anzi ipotizza che una banda dedita al commercio clandestino degli animali possa catturare i randagi per scopi malvagi.

Ci chiudiamo quasi subito in camera di Mattia.

«Scusami» dice pentito. Salgo sul letto e mi accuccio tra le sue braccia.

Che cosa facciamo? Digito al computer.

«Non lo so. Potremmo andare alla ricerca di randagi e spiarli. Ma come si fa? Io la mattina sono a scuola e tu non puoi uscire senza di me.»

Se tu mi lasciassi libero, potrei indagare.

«Scordatelo! E se ti prendessero? Posso chiedere notizie al padre di Lara. È un poliziotto, è uno bravo, di quelli che arrestano i delinquenti. Tempo fa fece un’indagine a scuola e arrestò alcuni spacciatori che vi giravano intorno la mattina. Vediamo se è connessa, così non perdiamo altro tempo!»

Anche Lara aveva ascoltato la storia dei randagi spariti e poco dopo ha telefonato suo padre per parlare con Mattia, che gli ha descritto i due animali e lo ha informato da quanto tempo non li avevamo più visti.

Adesso so che cosa significa essere un “animale in gabbia”, sento il bisogno di agire per risolvere questo mistero, ma ha ragione Mattia, se prima non sappiamo che cosa fare è inutile muoversi, potremmo metterci nei guai e peggiorare la situazione. Ci vuole un piano, anche se ancora dobbiamo capire perché i randagi sono scomparsi. Mattia propone il metodo scientifico, io dopo una accurata ricerca, riferisco che è un po’ superato e che le teorie di Popper mi sembrano più adatte perché afferma che tutti desideriamo la libertà, soprattutto i bambini e gli animali. Pensiero che Mattia condivide pienamente tanto che mi invita a dargli un cinque. Popper però aggiunge che se gli uomini avessero tutta la libertà possibile, sarebbe impossibile vivere insieme, perché si potrebbe desiderare di rubare la libertà degli altri. In realtà leggere questa frase complicata ci ha un po’ confusi e non siamo convinti che le teorie di questo signore facciano al caso nostro, però mi piace tanto la storia dei cigni, cioè si immaginava che tutti i cigni fossero bianchi finché non si è scoperto che esistono dei cigni neri. Io non ho mai visto cigni neri, ma so una cosa, non si erano mai visti neanche cani internauti, pertanto spazio alla fantasia!

Dopo giorni di osservazione, primo passo del metodo scientifico, non siamo giunti a niente. Trascorro ore davanti alla finestra per spiare la panchina, poi con Mattia andiamo a fare un lungo giro nei rioni vicini, ma non c’è traccia di randagi. Esauriti anche il secondo passo (formulare una domanda) e il terzo (fare delle ipotesi), comprendiamo che il metodo scientifico non ci serve e che forse si dovrebbe usare un metodo investigativo. In realtà non abbiamo solo perso tempo perché su Internet abbiamo scoperto che potrebbero esserci moltissime ragioni per il rapimento dei randagi, una più orrenda dell’altra e che in alcune culture il cane è considerato una prelibatezza culinaria.

La clinica veterinaria è il luogo in cui si possono trovare i più strani odori del mondo animale fusi insieme. Marta si accomoda sulla sedia in attesa del veterinario e mi ordina di stare a cuccia. Noto con dispiacere che il solito veterinario è stato sostituito  da un uomo giovane che puzza di profumo. Marta gli spiega il mio problema e l’uomo cerca nel computer la mia scheda. Mi fa salire sul lettino e mi prende la zampa. Sento un odore particolare che mi fa rizzare le orecchie. È l’odore dei randagi. Il mio istinto mi suggerisce di morderlo e fuggire via, invece rimango docile approfittando della vicinanza per cercare altri indizi.

Più tardi Mattia si mostra scettico alle mie scoperte perché, secondo lui, è normale che un veterinario puzzi di cani, anche randagi.

«Ulisse, ai veterinari piacciono gli animali, altrimenti avrebbero scelto un altro lavoro.»

Il mio naso non è convinto e neanche la mia coscienza. Quell’uomo non è buono e finge di amare gli animali. Può ingannare un umano, ma non un cane.

È finito il tempo delle attese, ora è tempo di agire.

Aspetto l’occasione buona per farlo. Marta non mi mette mai il guinzaglio, sa che non serve, inoltre mi sarebbe dispiaciuto fare ricadere la colpa sulla distrazione da cucciolo di Mattia. Sfreccio via di corsa quando un’auto ci passa davanti. Marta urla spaventata, ma io riesco a svirgolare intorno al veicolo e a scappare nascondendomi dietro alle macchine parcheggiate. Non sono un levriero che può permettersi di correre veloce come il vento, sono solo un bassotto storpio.

Dopo essermi allontanato dal rione incomincio a guardarmi intorno con curiosità. Chissà perché sembra diverso senza nessun padrone alle calcagna. Anche i negozi sembrano emanare odori più buoni e invitanti. Quando arrivo alla clinica veterinaria è chiusa. Trovo un posticino riparato e mi metto comodo ad aspettare l’arrivo di un nuovo giorno.

Entro sulla scia di una vecchina con un gatto e senza farmi vedere scendo nel sotterraneo, dove qualche volta sono rimasto sotto osservazione.

Un enorme pastore del Caucaso, rinchiuso in una gabbia, nota subito la mia presenza.

«Che fai qui, nano?»

Il saluto non è dei migliori, ma devo inghiottire una rispostaccia per amore della verità.

«Amico, ho bisogno di informazioni da tutti voi

«Dicci pure» gracchia un merlo indiano.

«Sentitelo, il solito pettegolo» miagola un gatto soriano.

«Fate silenzio!» si impone il pastore «fai le tue domande

Ascoltano interessati il mio racconto e si guardano l’un l’altro. Si trovano insieme per caso, accomunati da piccoli malori che in natura potrebbero risolvere da soli o che potrebbero aggravarsi fino a morirne, eppure si mostrano uniti nella solidarietà verso chi è più sfortunato di loro.

«Non mi è piaciuto fin dall’inizio quel dottorino puzzolente» commenta il pastore.

«Sta arrivando qualcuno, sento le vibrazioni» avverte un grosso serpente.

Quando entrano sono al sicuro dentro a uno scatolone di cibo per gatti e nonostante la puzza di pesce, la mia pancia brontola per la fame.

«Il veterinario è la chiave del mistero. Io sono qui da più tempo rispetto a voi e una sera ho sentito un telefono squillare. Lui si è infilato qui dentro, forse per essere lontano da orecchie indiscrete, e ha detto che il prossimo carico di animali sarebbe stato giovedì notte» racconta il merlo.

«È oggi…» lo interruppe Ulisse. «Ricordi altro

«No. Però è venuto altre volte qui a telefonare, magari gli altri ne sanno di più

Nessuno sa nulla perché, per noi animali, le parole di un uomo di solito sono leggere come il fumo delle sigarette puzzolenti che fumano, quindi non gli prestiamo molta attenzione.

L’unica soluzione è seguirlo. Mentre attendo l’ora di chiusura della clinica faccio amicizia con gli ospiti e ognuno di loro sembra ansioso di raccontarmi la sua storia; come il merlo indiano che teme di essere stato abbandonato dal suo padrone perché dopo che questo gli ha insegnato parole sconce, le ha spiattellate a raffica agli ospiti per farsi bello durante una cena, finché il padrone per poco non gli ha tirato il collo come a un galletto. Il pitone, invece, soffre di malinconia perché prima di essere venduto aveva fatto amicizia con una femmina di varano molto socievole e nonostante le differenze è innamorato di lei e non sa come fare per ritrovarla. Benny, il pastore del Caucaso, aspetta solo che la ferita all’addome si rimargini per ritornare dalla sua famiglia.

Le nostre discussioni vengono interrotte dal veterinario che viene a controllare gli animali con un assistente. Ritorno nella scatola. I due parlano dello stato di salute degli animali. Il più giovane prende appunti su chi dovrà essere dimesso il giorno dopo e sulle terapie degli altri.

«Puoi andare, do io da mangiare agli animali.»

L’altro ringrazia prima di uscire. L’uomo riempie le ciotole, poi, prende il cellulare e chiama.

«Ciao, siete pronti?»

Aguzzo le orecchie dall’interno della scatola, sforzandomi di non muovermi. So che nessuna parola sfuggirà agli altri animali.

«Ne hanno presi altri due, anche se lo avevo proibito. Tra stampa e polizia ci stanno alle calcagna. Adesso anche le persone si stanno mettendo in mezzo, le stesse che prima si lamentavano per paura dei branchi di randagi. Ipocriti! Dovrebbero ringraziarci ché gli stiamo ripulendo le strade!»

Sento uno strano sibilo provenire dalla gabbia del pitone.

«Hai capito dov’è il nuovo appuntamento? Il casolare dietro ai canneti…sì, sotto il Ponte nuovo. Ci vediamo lì tra tre ore circa. Stai tranquillo che ci sarò. Devo recuperare una cosa che ho dimenticato lì.»

Dà un’occhiata in giro prima di andare via. «Che strano silenzio!» commenta.

La fortuna gira dalla nostra parte perché il pastore conosce bene la zona. Ci rifocilliamo prima di iniziare il piano di salvataggio dei  randagi. Il primo problema da affrontare è liberare velocemente i miei compagni di avventura. La gabbia che potrei aprire con più facilità è quella del pitone innamorato, ma ho il terrore di rimanere solo con lui, è da diversi giorni che non mangia prede vive, quindi preferirei trovarmi ad affrontarlo con Benny, il pastore.

«Non fare brutti scherzi, amico» dico prima di liberarlo.

«Non toccherò nessuno di voi e neanche gli uomini, voglio solo ritrovare la mia amica dopo avervi aiutato.»

Nonostante le sue rassicurazioni, mi mantengo a distanza mentre stritola porzioni della gabbia di Benny fino a fare saltare il chiavistello.

Alla fine siamo solo il merlo, Benny, il serpente e il soriano a prendere parte alla missione. Alcuni animali stanno davvero male e sarebbero più d’intralcio che d’aiuto, inoltre nonostante sia buio e ci sia freddo potremmo attirare l’attenzione di qualche passante.

La clinica veterinaria sorge in periferia, pertanto basta costeggiare la strada principale per ritrovarci in aperta campagna. Benny comincia a correre tra i campi, inseguito dal gatto e dal merlo, mentre io e il pitone abbiamo serie difficoltà a stargli dietro. Benny si accorge della nostra distanza e torna indietro. Mi afferra per la collottola come se fossi un cucciolo e mi carica sul suo dorso.

«Tieniti forte, nano» scherza.

Correre sulle spalle di Benny è come essere lanciati nell’aria da Mattia, ha il sapore dell’amicizia e l’odore della libertà. Il gatto sembra non stancarsi mai, mentre il pitone con i suoi tempi segue le vibrazioni prodotte dalle nostre zampe. È una serata bellissima, illuminata da una luna piena e dalle stelle luminose dell’inverno.

Troviamo quasi subito il casolare, l’odore dei randagi ci giunge forte insieme ai loro lamenti disperati. Sono chiusi in uno scantinato all’interno dell’edificio. Aspettiamo l’arrivo del pitone che inizia un giro di esplorazione per trovare un’apertura. C’è una finestrella con delle grate in alto dalla quale il gatto, il pitone e il merlo potrebbero accedere. Il pennuto entra senza difficoltà, vedo, al contrario, il felino tentennare all’idea di fidarsi del rettile, ma a pensarci bene, per un gatto, liberare dei cani randagi che potrebbero rivelarsi letali per il futuro della sua vita, è un’azione che ha la sua dose di imprudenza. Si arrampica nella grondaia e con un salto perfetto atterra sul davanzale. Lo sentiamo poco dopo zampettare silenzioso dall’altra parte del muro.

Il guaito dei randagi aumenta perché sentono la nostra presenza e chiedono aiuto.

«Non riesco ad aprire, aspettiamo il serpente» miagola il gatto.

Il rumore di un vetro rotto ci avverte che il pitone ha fatto la sua parte. Entriamo stando attenti a non ferirci con i cocci. Scendiamo nello scantinato finché la nostra corsa è bloccata da una pesante porta di ferro sprangata.

«State tutti bene?» chiedo al di là della porta.

«Chi siete?» chiede una voce bassa. Di certo è il cane che ha assunto il titolo di capobranco.

«Siamo venuti ad aiutarvi, ma questa porta sembra impenetrabile. Com’è la situazione dalla vostra parte?»

«Non bella, amico. L’acqua comincia a scarseggiare e una femmina ha partorito. Di questo passo potrebbe perdere alcuni cuccioli. Qui è tutto chiuso, non si può entrare

«Che cosa facciamo?» chiede Benny.

Mi rizzo in tutta la mia statura. Dopo essere giunti a questo punto non possiamo rinunciare alla vittoria.

«Vieni, gatto. Andiamo in esplorazione

La casa sebbene non sia abitata rivela la presenza dell’uomo. Ci sono sacchi di mangime per cane, avverto, inoltre, all’interno di un mobile l’odore di medicine e disinfettanti. Infine trovo la soluzione ai miei problemi. L’uomo si riferiva al portatile riguardo all’oggetto da recuperare.

Salgo sul divano e con la zampina buona cerco di aprirlo.

«Ti sembra il caso di metterti a giocare?» miagola il mio compagno d’esplorazione.

«Non sto giocando. Aiutami piuttosto

Insieme, facendo leva sulle unghie del felino, riusciamo ad aprirlo. C’è una chiavetta inserita, spero che serva per la connessione a Internet. Accendo il computer sotto lo sguardo stupito del gatto.

Pochi click e sono pronto a mandare un messaggio a Mattia.

«Che fai

«Chiedo aiuto al mio padrone

«Anche lui sa che sei speciale

«È stato lui a insegnarmi, però potrebbe leggere il messaggio quando sarà troppo tardi

«Non puoi chiedere aiuto ad altri?» suggerisce il gatto.

«Buon’idea, amico! Qua la zampa.» L’animale mi snobba con una smorfia. Mai fidarsi dei gatti!

Provo a connettermi con il sito della polizia, ma per qualche motivo la pagina non vuole aprirsi.

«Senti gatto, qua c’è da perdere tempo. Ci vuole pazienza. Perché non continui l’esplorazione al posto mio

Il gatto mi risponde con uno sbadiglio e si allontana. Mentre attendo per la connessione, do un’occhiata ai documenti del computer. Roba da pazzi criminali! I poveri randagi sono destinati a diventare cibo per cani e gatti se non ci sbrighiamo a liberarli. Quei delinquenti non possono passarla liscia! La pagina della polizia non si apre, apro il mio profilo Facebook, Ulisse Bassotto e allego i documenti nella posta di Agente Lisa, descrivendo luogo e tempi del misfatto e chiedendo disperatamente aiuto.

«Ulisse, bisogna fare presto. Uno dei cuccioli è allo stremo, dobbiamo liberarli subito» mi informa Benny.

«Ho chiesto aiuto agli uomini

«Che cosa?» chiede Benny stupito.

«Lascia perdere. Che fine ha fatto il merlo

«Tiene compagnia ai randagi. Vediamo se sa fare qualcos’altro con quel becco oltre a gracchiare

Corriamo allo scantinato dove il povero merlo tenta di forzare la serratura senza riuscirci.

«Sta arrivando qualcuno, presto nascondiamoci» ci informa il pitone e si allontana in cerca di un posto in cui rintanarsi.

Troviamo tutti un rifugio, tranne il povero Benny, che, data la stazza, ha qualche problema a trovare un posto in cui nascondersi.

Il motore di un’auto decelera fino a fermarsi, sento dei passi che si avvicinano e una porta che si apre. Riconosco subito il suo puzzo. So che è necessario mantenere i nervi saldi, ma non posso garantire per gli altri.

Sento l’uomo scendere per le scale e aprire lo scantinato, è il momento giusto per agire. Guaisco e corro incontro al malfattore aspettandomi un’azione congiunta dei miei compagni. L’uomo si gira sorpreso e per poco non scoppia a ridere quando mi vede.

«E tu che ci fai qui?»

Gli abbaio contro, mostrando i denti. I randagi rinchiusi in luride gabbie, fanno un gran baccano.

«Ma io ti conosco, sei il bassotto storpio. Mah, chissà come sei finito qui?!»

Mi lancio contro di lui, tentando di mordergli una gamba, ma l’uomo non si lascia sorprendere e mi rifila un calcio che mi spedisce dritto contro il muro.

«Brutto bastardo pulcioso, adesso ci penso io! Vediamo se mostrerai ancora i denti quando ti faranno a fettine» esclama e con una mano mi afferra per la collottola per sbattermi dentro a una gabbia vuota. Un sibilo dietro di lui lo immobilizza. Si gira e indietreggia alla vista del pitone che striscia veloce nella sua direzione. Benny ci raggiunge e basta il suo aspetto minaccioso per metterlo ko.

«Che sta succedendo qui? Siete tutti impazziti?» chiede non più tanto spavaldo.

Prova a fuggire, ma ormai è un uomo braccato. Legge nelle nostre menti che se vuole rimanere vivo deve stare immobile.

Poco dopo sentiamo la porta cedere di forza.

«Aiuto! Sono qui sotto» urla a squarciagola.

Ci posizioniamo in attacco. Basta la visione del serpente per ipnotizzare il veterinario. Benny e il gatto sono pronti a scattare per difendere il nostro bottino.

«Fermi, sono amici!» abbaio alla vista dei poliziotti. Benny e il serpente si fanno da parte, lasciando alle forze dell’ordine la possibilità di immobilizzare l’uomo.

«Sei tu Ulisse, vero?» chiede un uomo alto.

Riconosco l’odore di Lara, mi lascio prendere tra le braccia e coccolare.

«Cagnolino coraggioso, presto sarai a casa.»

Dobbiamo aspettare l’arrivo dei complici del veterinario, che con un’imboscata degna del migliore poliziesco in tivù, vengono catturati, poi, quando l’alba rischiara il cielo, i randagi vengono liberati dagli addetti del canile municipale.

«Addio, amici miei, spero che il vostro ritorno sarà felice come il mio» saluto i miei compagni, prima che vengano presi in custodia dall’assistente della clinica veterinaria.

«È stato bello conoscerti, Ulisse» dice Benny.

Mi dispiace per il pitone che non potrà rivedere la sua innamorata, però è meglio così, l’idea di un pitone che gironzola indisturbato per le vie della città, non mi piace tanto.

Ormai manca poco per arrivare a casa. Sporgo la testa dal finestrino dell’auto dell’ispettore. L’aria è frizzante e profumata. Ho imparato una lezione dalla mia avventura. La libertà è una delle cose più belle delle vita, ma ce n’è una ancora più bella e importante, il rispetto degli altri, al di là dell’essere uomini o animali, piante o essere inanimati.

Diceva Confucio che non bisogna fare agli altri quello che non si desidera per sé. Basta applicare questa regola d’oro per rendere possibile ciò che anche una filosofo importante come Popper riteneva impossibile.

 

 

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