Segreti di famiglia

Segreti di famiglia è inserito tra Primavera e Le nuove vicine. Marianna trascorre un periodo sereno; è finito l’odiato inverno, la gravidanza procede a meraviglia e stranamente il rapporto con Marco funziona, finché non scopre…

Segreti di famiglia

“Mami, sono Marianna, come stai?”

“Ciao, bene, grazie. Voi, il bambino, è maschio, no?”. Ha la voce strana.

“Almeno, ormai non ci conto più, una volta mi dicono maschio, poi femmina, boh! Sto comprando un corredino neutro, giallo, verde, bianco. Invece è già una peste, si muove continuamente e mi assesta certi calci che cominciano a essere fastidiosi”. Aspetto che commenti.

“Mamma, ci sei? Non ti sento” .

“Sì, dicevi? Il bambino. Adriana non parla d’altro, immagino quando sarà nato. Avete scelto un nome?”.

Sento la voce distante, fredda, non è da lei.

“No, siamo fermi a una decina. Sei strana? Stai bene?”.

“Sì, no, come hai potuto farmi questo? Lo so che non sono stata la madre migliore del mondo, non sono perfetta come tua suocera, però vi voglio bene e mai avrei immaginato che tu…”.

“Mamma, di che parli? Che ho fatto?”.

“Lo sai, hai sbattuto l’unico sbaglio della mia vita su quella rivista senza pensare al dolore che mi hai dato. L’hai fatto apposta per punirmi”. Le si spezza la voce, sta piangendo?

“Mamma, mi fai preoccupare, io non capisco, ti prego spiegati” dico allarmata.

“Quel racconto della vedova, che va a letto con un amico del marito per farsi mantenere. Chi te l’ha raccontato? Ada, Giulia? Parla, non hai pensato che avresti infangato il ricordo di tuo padre, tu che dichiari di volergli tanto bene. È questo che ti abbiamo insegnato? A odiare, a distribuire dolore”.

Continuo a tremare a occhi sbarrati.

“Io non sapevo, credimi. L’ha raccontato Ada a Giulia, ma non credo che lei sapesse, Giulia ci vuole troppo bene per farlo. Se io avessi saputo, non mi sarei mai permessa”. Inizio a piangere senza riuscire a continuare.

“Marianna, scusami, non piangere. È stata Ada, perché?”.

“Non lo so, forse non sapeva che l’avrei pubblicato, può darsi che Giulia si sia rivolta male e ha pensato di dimostrarle che in fondo nessuno è perfetto. Senti, ma…è come me l’hanno raccontato, ho romanzato abbastanza…mamma, chi era?”. Sospira.

“Ero disperata, non capivo più nulla e lui era lì che mi rassicurava che avrebbe pensato a tutto. Mi sentivo tanto sola. Non c’è bisogno di far nomi, tu lo sai …ci vedevamo  la mattina quando non c’eravate, poi un giorno mi ha portato a casa sua, nella casa di villeggiatura. Non ci sono riuscita. È stato uno sbaglio che però mi ha fatto capire che potevo farcela anche da sola, che potevamo insieme noi tre. In ogni caso non avrei permesso a nessuno di intrufolarsi a casa nostra, chi mi assicurava che non ci avrebbe provato con voi. È stato terribile davvero e l’altro giorno quando ho comprato la rivista e ho iniziato contenta a leggere, mi è caduto il mondo addosso di nuovo”.

“Francesca lo sa?”.

“No, non capirebbe, non l’ho detto neanche a Giovanni, mi vergogno troppo, anche se in fondo non ho fatto nulla di male. Ne ho parlato con Adriana, siamo diventate molto amiche, è così cara e anche lei è sola, non ha con chi parlare”.

“Giusto a lei dovevi raccontarlo, – non posso fare a meno di protestare – Adesso capisco perché mi invitava a chiamarti, che penserà di me? Perché non mi hai chiamato subito invece di rimuginarci sopra, avremmo chiarito. Che casino, mi dispiace tanto. Mamma, io lo so che significa essere presi a calci in culo dalla vita e so anche che il dolore ci fa comportare da pazzi, non potrei odiarti e non capisco perché hai tutti questi sensi di colpa”.

“Adriana non ha dubitato un attimo di te, mi chiedo se ti conosca meglio di me. I valori, figlia mia, giusti o sbagliati ci dicono come comportarci. Io sapevo che non era giusto, era un uomo sposato, era un amico di tuo padre e io avevo ancora il cuore pieno di lui. Non era quello che volevo per voi e non era ciò che tuo padre voleva per me. Capisci, adesso?”.

“Certo che capisco. Ti voglio bene e ti prego non dubitarne mai più”. Scoppio di nuovo in lacrime.

“Non piangere. Marco?” chiede preoccupata.

“Ha il turno di notte, il suo è un lavoro orribile. A volte ci vediamo solo per videotelefono, poi torna a casa stanco e non abbiamo il tempo di parlare tra la cena e il resto”.

Dopo ci salutiamo, mi metto a letto e non riesco nemmeno a piangere. È questa

l’immagine che do a chi mi sta vicino, un essere arido, vendicativo, incapace di provare pietà.

Rimugino per gran parte della nottata sul rapporto con i miei famigliari, le mie amiche e focalizzo che l’ultimo anno trascorso con Marco mi ha cambiato molto, mi ha reso più umana anche esternamente, ho buttato la maschera, scoprendo le debolezze e le lacune caratteriali.

Sono svegliata dal peso del corpo che si distende accanto a me.

“No, è ora?” chiedo a occhi chiusi.

“Sì, che nottata, non ho chiuso occhio. Sono distrutto. Anche tu hai l’aria stanca, il piccolino ha fatto baldoria?” dice posando la mano sul ventre, dal quale arriva subito un segno di protesta.

“Che gelosone, non sopporta che gli tocco la mammina” ride.

Lo guardo assorta. È indescrivibile il mio amore per lui. Osservo le fossette che si formano sulle guance al suo sorriso, gli accarezzo la guancia.

“Abbracciami, mi sei mancato questa notte”. Mi stringo a lui a occhi chiusi.

“Profumi di letto, è stimolante. Ho comprato i cornetti, ti alzi?”.

Mi racconta la notte di lavoro, mi chiedo perché la gente non se ne stia a casa a dormire la notte invece di andar combinando guai in giro.

“Hai uno sbuffo di crema nell’angolo della bocca” dice prima di alzarsi e togliermelo con la lingua. Mi trascina su di sé.

“Sei dolce questa mattina”.

Gli scombino i capelli.

“Di solito sono amara?” chiedo seria, ripensando ai pensieri che mi hanno reso insonne.

“Un tantino acidella. Il vile traditore reclama la tua dolcezza anche per sé”.

Lo sento chiaramente dietro la schiena.

“Non è un traditore, anzi credo mi sia molto affezionato”.

Marco ride. “Non fidarti mai di lui, fidati di questo” aggiunge portandosi la mano nel cuore.

Che vuole dire! La mia protesta viene bloccata sul nascere da un bacio.

“Non mi va di far l’amore. Sto male dopo e devo andare a lavorare”.

“Dai, accontentami, quanto meno vado a dormire rilassato. Sarò velocissimo” sussurra all’orecchio.

“Non eri stanco?”.

Mi bacia di nuovo. Mi siedo a cavalcioni su di lui.

“Vai alla finestra” suggerisce. Che ha in testa? Eseguo sorridendo. Apre la persiana. Mi metto in ginocchio sul divanetto sotto la finestra e guardo fuori.

“E ora?”.

Non risponde, mi abbassa i pantaloni e mi allarga le gambe.

“Sei un pazzo maniaco” lo prendo in giro.

Chiude la tenda dietro di me in modo da non essere visto da fuori.

“Che vedi?” chiede ansimando.

Vedo l’ospedale, ma non lo dico.

“La montagna, è verde ed è illuminata da un raggio di sole. Tu che vedi?” chiedo ridacchiando.

“Il tuo culo a mandolino”.

“Non è mai stato a mandolino” protesto.

“È vero, più un contrabbasso”.

Cerco di allontanarmi arrabbiata, ma mi stringe tra le sue braccia.

“È come un rarissimo Stradivari” farfuglia.

Guardo davanti a me, nel palazzo di fronte un bambino mi guarda. Deve sembrargli che sto ballando. Stacco la mano dal bordo del divanetto per salutarlo sorridendo.

“Me ne devi una” gli dico prima di uscire di casa.

“Quando vuoi, tesoro. Alla prossima allora”. Lo vedo allontanarsi sbadigliando. È buffo con il pigiama abbassato sui fianchi che gli finisce sotto i piedi scalzi. Prima di chiudere la porta metto il telefono fuori posto affinché nessuno lo disturbi.

Sono da poco arrivati tutti i bambini quando avverto un dolore lancinante. Lo conosco, è lo stesso di allora. Chiudo gli occhi e comincio a controllare il respiro nell’attesa che passi, solo che aumenta ancora di più.

“Marianna, sei pallida. Stai bene?”. La voce preoccupata di Valentina sembra arrivare da lontano come il brusio dei bambini che giocano e parlano intorno a me.

Arrivano anche Angelica ed Eva.

“Che hai? Sono contrazioni?” chiede Angelica.

Annuisco sempre ad occhi chiusi. È talmente forte che mi impedisce di respirare.

“Chiamo Marco” dice prima di correre al telefono. Scuoto la testa.

“Sta riposando, gli ho staccato anche il telefono. Ora passa”. Deve passare, non può essere altrimenti.

“Marianna, sono passati dieci minuti, non passa un bel niente. Eva sta parlando con suo padre, ora ti accompagniamo in ospedale. Vuoi che chiami qualcuno, tua suocera”.

Per cortesia!

“Non voglio gente isterica accanto. Mi accompagna Eva, ce la fate da sole?”. Angelica annuisce, mi tiene ancora la mano preoccupata.

In ospedale non ne va una giusta. Lella sta operando, c’è un casino di gente che aspetta per la visita, il padre di Eva parla con la caposala, ma subito se ne torna in reparto. In definitiva vengo dimenticata in un angolo in preda al dolore e alla paura che sia qualcosa di grave.

Il medico che mi assiste ha l’aria simpatica. Mi fa un’ecografia dopo avergli descritto i sintomi.

“Signora, ha avuto un trauma? È caduta, ha fatto sforzi eccessivi?”.

Guardo il monitor. Il bambino si muove, lo vedo distintamente. È vivo allora.

“No, che è successo? Sembra stare bene”.

Il medico non risponde. “Ha avuto rapporti di recente?”.

Sento indurire di nuovo la pancia.

“Questa mattina. – rispondo imbarazzata – Ma nulla di che. La placenta è a posto?”. Nulla di che! Che cazzo sto a dire. Gli sembrerà che di solito ripassiamo il kamasutra!

“Sì, non riesco a capire. Mi dispiace, ma devo visitarla”. Anche la visita non desta alcuna preoccupazione.

“Ho avuto dolori simili all’inizio della gravidanza in seguito a stress. Effettivamente ieri sera ho avuto un dispiacere e ho dormito male, può darsi…”.

Il medico mi sorride. “Cerchi di stare tranquilla, allora”.

“Dottore, non manca per me, è solo che per adesso mi sento il parafulmine di tutti, parenti, amici e lavoro” mi lamento stanca.

“Si riposi e lasci tutti fuori dalla sua vita tranne il bambino. Adesso le faccio assegnare una stanza”.

“Devo rimanere? Non è necessario. Guardi, mio marito è un suo collega, magari mi prescrive una cura e ci pensa lui a casa”.

“Poi si vede, per oggi sta qui e si riposa” mi interrompe.

Trovo Eva fuori ad attendermi.

La informo in preda allo sconforto del ricovero e la mando a casa per avvisare Marco e  prendermi un cambio.

Un’infermiera mi accompagna in una camera piena di gestanti, che mi sorridono comprensive.

Quando Marco finalmente arriva ho una flebo attaccata al braccio e sto chiacchierando tranquilla con la mia vicina di letto, che il giorno dopo farà il cesareo.

“Ehi, come stai? Eva mi ha raccontato tutto” mi sorride dolce.

Inizio subito a lamentarmi che voglio uscire per andare a casa. Mi promette che andrà subito a parlare con il medico che mi ha visitato.

Dopo poco arriva Adriana preoccupatissima e come avevo temuto sono io a dover confortare lei e non il contrario.

Sospiro di sollievo al ritorno di Marco che è cupo.

“Mamma, per favore, lasciaci soli”.

“È grave, che è questa faccia!”. Oddio, ora ringhia.

“Fuori, sta bene e lo starebbe ancora di più se tu non ti impicciassi dei problemi degli altri”.

Adriana apre la bocca per protestare, poi senza capire la richiude e a testa bassa va via.

“Perché te la prendi con lei?”.

Si siede. “Senti, è inutile. Ho parlato con il collega e mi ha raccontato del vostro colloquio, ieri io ti ho lasciato tranquillissima che stavi per chiamare tua madre. Ho parlato con lei e mi ha raccontato. Perché non me ne hai parlato, ti è servito a qualcosa tenerti tutto dentro?”.

Distolgo lo sguardo. “Non ne avevo voglia, abbiamo fatto altro, ricordi?”. Alzo il braccio libero per accarezzargli la guancia.

“Credo che anche questo sarà da rivedere”.

“No, hai presente quando mi hai chiesto cosa vedessi e ti ho risposto un raggio di luce, è stato questo per me dopo aver trascorso una notte a chiedermi cosa lascio io nelle persone per portare mia madre a credere che io possa farle del male con tanta freddezza. Cosa lascio? Tesoro, tu mi vedi dal di fuori, è così che sono? Anche tu mi hai definito acida”.

“Eh? Io scherzavo. Ti rispondo con una domanda, io potrei amarti se tu fossi la persona cattiva che hai descritto?”.

Adriana ci guarda ansiosa da fuori. Le sorrido facendole segno di avvicinarsi.

“Marco, forse non sei molto obiettivo nei miei confronti, come quando affermi che sono bella e invece io mi sento una “balena” ribatto scherzosa. Mi accarezza i capelli sorridendomi con un sorriso adorabile. C’è tutto in quel sorriso, amore, generosità, c’è un’adorazione che forse non merito, ma che vuole darmi senza condizioni.

Durante il pomeriggio ricevo molte visite dalle amiche alle colleghe e anche una chiamata da mia madre, tremendamente in ansia e in preda ai sensi di colpa. Ho dovuto dirle senza giri di parole che non la voglio in mezzo ai piedi e che noi siamo gelosissimi della nostra privacy perché si è dichiarata pronta a trascorrere gli ultimi mesi di gestazione da noi.

Non ho raccontato nulla a Giulia perché sarebbe corsa a litigare con sua madre e perché ritengo che abbiano sofferto troppe persone per uno stupido equivoco, io in prima persona. Mi sono chiesta a lungo che tipo di madre sarò, apprensiva e appiccicosa come Adriana, volubile come la mia oppure una via di mezzo a seconda delle situazioni. Ho studiato molto sui libri di pedagogia e di psicologia infantile, ma ancora non sono madre e già mi rendo conto che la coerenza dei comportamenti con i figli è un’utopia. Prima di essere genitori si è uomini, imperfetti e incoerenti, per essere una madre da manuale non dovrei essere  me stessa e sarebbe un assoluto controsenso. Ho scoperto da poco chi sono e neanche ne sono sicura, come potrei ricominciare a mentirmi? Finirei per scoppiare come il cocomero della canzoncina che si gonfia per vanità.

 

 

 

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