Eredità familiari

Per la pubblicazione di Odio amare con la 0111, è stato necessario apportare delle modifiche al testo originale dell’opera per esigenze della linea editoriale della 0111. Ciò ha comportato da parte mia un’opera di revisione abbastanza complessa. Non è facile, infatti, decidere che cosa può considerarsi superfluo. Alla fine ho tagliato dei capitoli che, pur non essendo funzionali alla narrazione, servivano a definire meglio il carattere e il background dei protagonisti.

Non so se alla fine ho fatto bene o se Odio amare sarebbe stata più completa, ho dovuto fare di necessità virtù. Pubblicherò con scadenza settimanale gli inediti di Odio amare e lascerò giudicare ai lettori.

Eredità familiari era nel testo originale posto dopo Blog live café. Marianna e Marco avevano litigato furiosamente in seguito a un increscioso equivoco. Marianna infatti aveva accusato Marco di averla tradita, per una volta il mio charmant protagonista non c’entrava nulla perché a casa sua c’erano Mariella, un’amica di Marianna e Giuseppe, il fratello di Marco. Dopo qualche giorno di gelo i due fanno pace…

 

 

 

Eredità familiari

 

Mi sveglio per un persistente odore di caffè. Marco infatti sventola la tazzina sveglia-zombie sotto il naso.

“Che bello! La colazione a letto, ti adoro”.

“Colazione? Il caffè, ho solo dei biscotti scaduti. Tra poco mi preparo e vado al bar”. Mi tiro su e bevo il caffè.

“Non importa, che programmi hai per questa domenica?” .

“Ho in programma di non aver programmi. Tu?”.

“Poltrire vergognosamente. Farmi coccolare tipo massaggino alla schiena come ieri sera e …” m’interrompo prima di dirlo.

“E?” chiede ritornando a coricarsi.

“Qualcosa che non sia abitudinario se a te non dispiace”

“No! Mi hai letto nel pensiero. A me piacerebbe prendere la macchina e andare per paesi senza una meta. Tu?”.

Rotolo verso di lui per infilargli le mani sotto il pigiama. Mi afferra le mani ed esamina le unghie.

“Sono delle armi improprie le tue unghie, uno in palestra mi ha chiesto se avessi fatto wrestling con una gatta selvatica”.

“Esagerato! Per un graffietto, come fai!”. Veramente ho trovato la sua pelle sotto le unghie.

“Guarda, ci sono ancora”. Toglie la parte superiore del pigiama per mostrarmi l’ematoma marrone all’altezza della spalla e i segni dei graffi sulla schiena.

“Fino a tre giorni fa avrei potuto fare il calco della tua dentatura sulla mia spalla”. Mi scappa da ridere per la sua espressione offesa, ma non mi sembra giusto.

“Ti do i bacetti per far sparire la bua, mi perdoni”.

“Ho la bua da un’altra parte, più in basso, mi daresti bacetti anche lì?”. Con un balzo mi metto a cavallo a lui ridendo.

“Brutto maniaco approfittatore. No, che non ti do i bacetti e stai attento se non ti lascio il calco anche lì”. Mi afferra per le mani e con forza mi obbliga a distendermi sul lato, poi mi salta addosso e inizia a farmi il solletico finché non dichiaro la resa.

 

“Dove stiamo andando?”. Ha svoltato e si sta addentrando in un tratturo.

“Voglio mostrarti una cosa” dice con un sorriso misterioso.

Ci fermiamo davanti a un baglio diroccato. Scende dalla macchina e mi fa segno di seguirlo. Non appena apro lo sportello mi accorgo che la strada è infangata, addio jeans puliti, ma quando cambia ‘sta benedetta moda, non ne posso più di avere l’orlo dei pantaloni sempre sporco!

Lo seguo rabbrividendo per un tratto in salita.

“Guarda” dice invitandomi a voltarmi per guardare il panorama.

“Oh, – esclamo meravigliata – si vede la città fino al mare. Come l’hai scoperto?”. Mi prende la mano e ricomincia a salire verso il baglio.

“È mio, veramente non proprio. È un’eredità di mia madre e suo fratello. Un giorno sarà anche mio, di mio fratello e dei miei cugini” finisce con una smorfia.

“Che vuoi farne? Sta cadendo a pezzi!”. Mi guarda deluso.

“È il mio sogno, mi piacerebbe ristrutturarlo e viverci, non sarebbe bello?”. Bello, senza dubbio, ma scomodo all’infinito!  Non sapevo avesse la vena dell’eremita.

“Ehm, il panorama è splendido. Non ti sembra enorme?”. Guardo l’arco di pietra antica dal quale si accede al cortile centrale, ci vorrebbe un lavoro titanico per riportarlo a uno stato decente.

“Non utilizzerei tutto come casa, ci potrei anche fare lo studio e poi nella stalla mi piacerebbe tenerci un cavallo. Ti piacciono i cavalli?”.

“Sono allergica al pelo, una volta dopo esserci salita, mi sono ritrovata con una faccia che sembrava una pizza margherita, anche come dimensioni”.

“Ma esiste qualcosa a cui non sei allergica!” sbuffa seccato.

“Di che ti preoccupi, tanto per ristrutturare l’edificio ci vogliono almeno un milione d’euro che non hai, quindi solo se fai un sei al superenalotto puoi realizzare il tuo sogno”.

“Grazie, amore, sapevo che mi avresti incoraggiato. Come mi riporti tu alla realtà non ci riesce nessuno” sbotta ironico.

“Scusami, non volevo ferirti, penso che il tuo sogno sia bellissimo e mi piacerebbe vivere qui anche se scomodo, però convieni che è un sogno”.

“Sì, ma chissà!”. Entriamo dentro e mi mostra quello che rimane delle case. Mi racconta anche la storia della famiglia del suo bisnonno materno, che si è rovinato tra gioco e donne.

Trascorriamo il resto della giornata curiosando tra i paesini di campagna, troviamo anche un agriturismo con tanto di camino e prodotti gastronomici dell’azienda da far sciogliere il palato per la loro bontà.

È come se in un giorno volessimo recuperare la settimana persa. Le risate e le battute, i baci, gli sguardi e gli abbracci sono solo un velo per coprire la trappola che ci stiamo creando, un velo inconsistente che presto o tardi si dissolverà e nella trappola ci ritroveremo da soli e dovremo arrangiarci per non soccombere.

 

La prima trappola viene superata giovedì pomeriggio quando ci rechiamo con tanto di testimoni e famiglia al seguito per l’iscrizione al Municipio. Questa volta fila tutto liscio, e l’unico imbarazzo lo prova Mariella che si sente sotto osservazione dalla madre di Marco, che non si sa come, ha saputo dell’interessamento dell’altro suo figlio per la mia amica, bella oltre ogni dire, di ottima famiglia, laureata e con una promettente carriera professionale. In definitiva un sogno per una madre che aveva perso la speranza di vedere sistemato il figlio più refrattario all’amore.

Arrivata a casa dal lavoro mi tocca occuparmi di un’altra madre, la mia.

Dopo i consueti saluti e le informazioni sulla salute di sorella, cognato, nipote, fidanzati e chi più ne ha più ne metta, mi appresto a informarla della novità.

“Mamma, oggi ci siamo iscritti per le pubblicazioni. Il ventitré dicembre ci sarà il matrimonio. Ne parli tu con Francesca e poi mi fate sapere?”. Abbiamo scelto il periodo natalizio proprio per far coincidere il matrimonio con le ferie ed evitare un sacco di problemi a tutti.

“CHE C’È? Sembra che mi stai invitando a un funerale. Un po’ d’entusiasmo una volta tanto!”.

“La prossima volta che mi sposo te lo dico raccontandoti una barzelletta!”. Incominciamo bene.

“Senti, l’ultima volta che ti ho sentito avevi avuto un incidente per inseguirlo in mezzo alla campagna e non perché me l’hai detto tu, ma Ada che ci stava lasciando una figlia là, ora mi dici che ti sposi con un tono!”.

“Mamma, se proprio vuoi la sincerità, io mi sposo perché Marco lo vuole, non perché io ne sia convinta”.

“Perché sei incinta?”.

“No, io amo Marco, ma ho l’impressione che il nostro concetto di matrimonio sia diverso, più serio il mio, più superficiale il suo e siccome mi conosco penso che avremo un casino di problemi, chiaro?”. La sento ridere.

“Quando la finirai di essere così esigente con gli altri, che potrebbe fare di così terribile, farsi scivolare il piede ogni tanto. Tutti gli uomini lo fanno” conclude sciorinando il suo dogma preferito.

“Sì, ma il problema è che Marco si ritroverebbe con la gamba ingessata e da solo perché io non tollero scivolamenti di nessun tipo”.

“È abilità di una donna fare in modo che il piede ritorni nella scarpa giusta”.

“Ma che stai a dire, piedi, scarpe? Siamo nel terzo millennio e c’è la parità tra uomo e donna”.

“Sarà, per me non è cambiato niente. Gli uomini e le donne sono sempre uguali, solo che prima si stava zitti e ora se le vanno a cantare in televisione. E non dire che non è vero?”.

“E tu che ne sai di queste cose?” chiedo rassegnata a sorbirmi un’altra morale del quindici-diciotto.

“Vedi che tuo padre, pace all’anima sua, il piede se l’è fatto scivolare e pure a lungo ed è stato comunque il miglior padre e marito del mondo”.

“Mamma, non infangare per tuo comodo la memoria di papà” la minaccio.

“Io non infango proprio niente, è la verità e se proprio vuoi saperlo è stato quando ho partorito te e sono stata in ospedale quindici giorni per l’infezione. C’era una mia parente alla lontana che stava da noi per occuparsi di Francesca e non aggiungo altro. Che avrei dovuto fare, cacciarlo e rimanere sola con una neonata e una bambina di quattro anni, quindi non venirmi a dire che io non ne so niente”.

“Hai lasciato correre per noi o per tua comodità?”.

“Ho lasciato correre un bel niente! Ho cacciato quella vipera di casa, l’aveva fatto di proposito, capisci? T’infili a casa una persona fidata e poi scopri che si voleva portare via tuo marito e dopo è toccato a lui. Che dovevo fare? Quando sposi un uomo che le altre t’invidiano devi mettere in conto certe cose e tuo padre, caspita se non me lo invidiavano”. Perché continua, non capisce che mi sta facendo del male.

“Quando succedono certe cose la colpa non è mai di una parte sola, ricordalo” sputo malignamente.

“È una colpa essere grassa e gonfia come un pallone o starsene in ospedale perché il parto non è stato facile? Gli uomini sono così, quando devono assumersi una responsabilità si spaventano e vogliono sentirsi uomini in un letto, preferibilmente non il loro, quattro complimenti e uno sguardo languido e cadono come pere cotte”.

“Mi rifiuto di pensare a papà in questi termini e se hai perdonato è solo perché saresti stata incapace di occuparti di noi da sola. Se papà fosse morto allora, noi saremmo finite in un istituto” dico tra le lacrime. Sento un silenzio assordante dall’altra parte.

“Non crescerai mai, vero? Hai sempre fatto così, quando non sai più cosa dire diventi cattiva” è il suo commento amaro. Tra le lacrime vedo Marco che mi fissa con un’espressione di rimprovero. Lascio la cornetta e mi chiudo in camera. In lontananza sento che sta parlando, chissà cosa gli sta dicendo. Sicuramente si atteggia a vittima come al solito, la povera Rosa circondata da figlie ingrate che non la capiscono. I miei pensieri sono interrotti dalla porta che si apre. Soffoco la faccia nel cuscino per non vederlo.

“Come hai potuto dire una cattiveria simile a tua madre? Certi momenti stento a riconoscerti!” esordisce severo.

“Che ne sai tu di lei? Non è la donna brillante e allegra che vedi, è una bambina che non è mai cresciuta. Che ti ha detto? Ha fatto la vittima?”. Mi tiro su per prendere un fazzolettino dalla scatola sul comodino.

“Mi ha raccontato per sommi capi la vostra conversazione e mi ha detto quello che già pensavo, che tu hai idealizzato tuo padre e che non vuoi accettare che era una persona come tutte, buona e cattiva insieme. Le ho detto che deve scusarti perché sei sempre nervosa in questo periodo e  qui l’unica bambina mi sembri tu”.

Guardo imbarazzata il fazzolettino che ho tra le mani. Vorrei che potesse assorbire anche i ricordi insieme alle lacrime. Una soffiata di naso e un’asciugata agli occhi e tutto è sparito.

“Tu non sai che significa crescere con una madre oca, lei badava a noi come a delle bambole. In alcuni momenti eravamo al centro del suo mondo, altri quasi si dimenticava di noi”.

“Non vi accudiva, che vuoi dire?” chiede raggiungendomi nel letto.

“No, non ci mancava mai il cibo o le cure, ma noi sapevamo di non poter fare affidamento su di lei. Non riuscivamo neanche a manifestare le nostre paure di bambine perché venivano ridicolizzate o perché ne avrebbe fatto un dramma. Era sempre persa tra mio padre che era il centro della sua vita, le amiche, Ada soprattutto, con i suoi problemi coniugali. Tu non hai idea in che realtà è vissuta Giulia, con i genitori che si cornificavano a vicenda, le liti continue, le discussioni che a volte continuavano a casa mia. Giulia e io ci chiudevamo in camera e giocavamo con le Barbie, mentre loro stavano per ore in cucina a parlare. Finché mio padre è stato in vita, è andato tutto bene perché lui si occupava di tutto, la responsabilità di noi, l’organizzazione della casa, concetti che mia madre sconosce”.

Mi sistema una ciocca di capelli, che gli impedisce di guardarmi in viso, dietro l’orecchio.

“Che è successo dopo?”.

“Il caos totale. C’era il mutuo da pagare e lei neanche sapeva com’era fatta una banca. Una volta ci hanno tagliato la luce perché si è scordata di pagare la bolletta. Ha ripreso a ricamare per vivere e stava tutto il giorno sul telaio, mentre  Francesca ha preso il posto di mio padre. Mia sorella non era ansiosa, ma penso che sia stata una conseguenza, si sentiva responsabile per tutto, per me soprattutto, che mi ero chiusa in me stessa e avevo preso le distanze da loro”.

“Perché?”.

Gli rispondo che non volevo caricarla anche dei miei problemi, raccontandogli tutti gli innumerevoli sacrifici che  mia sorella e io abbiamo affrontato per poter raggiungere in fondo dei risultati minimi.

“Non puoi avercela con tua madre perché stava tutto il giorno a lavorare, in fondo era l’unica entrata, no?”.

“C’era la pensione di mio padre, bastava appena a pagare il mutuo. Francesca si pagava gli studi e aiutava anche e io come ti ho detto già lavoricchiavo. Il punto è un altro, lei era totalmente assente. Penso che fosse depressa per la perdita di mio padre, ma noi avevamo bisogno di lei e non c’era. A chi dovevamo chiedere aiuto, dimmelo Marco, perché io non lo so?”. Trovo conforto tra le sue braccia.

“Il massimo l’ha raggiunto con mia sorella. Le avevano offerto di fare un servizio fotografico di biancheria intima, ne ha parlato con mia madre che l’ha lasciata libera di scegliere da sé. Francesca l’ha fatto e qualche mese dopo c’erano due bei cartelloni pubblicitari davanti la stazione e vicino al porto. Niente di volgare, era bellissimo. Alcune parenti,  invidiose perché hanno le figlie racchie, hanno malignato che una cosa simile è avvenuta solo perché mio padre non c’era più e lei se ne è lavata le mani dicendo che era stata una sorpresa anche per lei. Ti rendi conto?”.

“Francesca come ha reagito?”.

“Non ha reagito, l’ho fatto io per lei dicendole in faccia quello che pensavo e dicendo a quelle streghe che mio padre sarebbe stato orgoglioso di avere una figlia  bella e in gamba e che mai avrebbe fatto diventare sporca un’opera d’arte come quella pubblicità”.

“Ho sempre pensato che la morte di tuo padre vi avesse unito, non il contrario”.

“Ci ha unito, ma ha fatto emergere le lacune di mia madre come persona. Quando ho finito il liceo, mi sarebbe piaciuto continuare a studiare, ma al solo pensiero di dover continuare a fare sacrifici ho rinunciato. Lavoravo tra doposcuola e babysitter, poi ho partecipato ai concorsi pagandomi anche il professore per la preparazione e poi ho avuto una fortuna incredibile a Verona. Ero partita per una supplenza di tre giorni e invece quella che sostituivo è andata in astensione per gravidanza, per continuità sono rimasta un intero anno. È stato fantastico, finalmente lontana da mia madre e vicina a Francesca. È durato poco, perché l’anno dopo Franci è rimasta incinta e ha chiamato mia madre, ma io stavo già con Carlo, il resto lo sai”.

“Mi dispiace che hai vissuto momenti tanto brutti nella tua vita, la mia in confronto è stata una passeggiata”. Gli sorrido.

“Io non mi lamento. Giulia ha sofferto molto più di me, però non riesco a dimenticare, anche se capisco che mia madre è così e poveretta non può farci nulla. Se mio padre fosse ancora vivo sarebbero una coppia felice perché si amavano tanto e mia madre non avrebbe dovuto affrontare delle prove per le quali non era pronta. Ora che mi sono sfogata, mi dispiace per le cattiverie che le ho detto, però in quel momento mi ha fatto soffrire sapere che mio padre l’ha tradita in un momento così delicato. Non rientra nell’idea che ho di lui, ma poi lui adorava mia madre, come ha potuto?”.

“Tesoro,  si fanno delle sciocchezze, siamo uomini non santi. Può darsi che era un momento delicato anche per lui e si è trovato da solo o ha trovato conforto con la persona sbagliata. Chi può saperlo?”.

“Anche tu farai una cosa simile?”. Marco sorride teneramente.

“Io non so neanche ciò che farò domani, però sono certo che non lascerò l’ospedale un attimo finché tu e il mio piccolino non sarete a casa”. Mi tocca il ventre che ha una linea più morbida rispetto a prima.

“La mia bella tartarughina è andata a farsi friggere” osservo con una smorfia di dispiacere.

“Meglio, non mi piacciono i rettili”.

“Non ti piaceva la mia pancia piatta?”. Ripenso delusa a quanta fatica di addominali c’era dietro.

“Mi stava antipatica, troppo perfetta, adesso hai la pancetta sexy, da donna. A volte quando al buio passavo la mano sulla tua pancia, temevo di ritrovarmi accanto a una nerboruta atleta sovietica”. Sta scherzando.

“Sai quale messaggio manda la mia pancia? Fame, fame e fame!”.

“Anche la mia. Che ne pensi di pizza e Coppa Uefa?”. Arriccio il naso.

“Pizza e Grande Fratello! C’è uno in quest’edizione che fa gli urletti come Mauro, il truccatore gay”.

“NO! Risparmiami Grande Fratello! Cerchiamo un film decente o un documentario interessante”.

Finiamo per guardare, mentre mangiamo la pizza, un documentario su una mummia cinese, un’esperienza del tutto rivoltante per me, al contrario di lui che osserva con l’interesse di un bambino l’autopsia della povera mummia.

 

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