Samantha

Samantha era concentrata su cifre e conti, quando la madre aprì la porta. Sembrava sconvolta. Una condizione anomala per la donna razionale e flemmatica che difficilmente si scomponeva.

«Che è successo?» le chiese preoccupata.

«Samy – disse, prendendole la mano – l’ho visto!».

Samantha piegò la testa in una posa abituale.

«Chi hai visto? Sei sicura di stare bene?».

Anna Rinaldi si alzò e le diede le spalle. Era più difficile di quanto avesse pensato. «Gianni Francini».

Non era necessario girarsi per vedere l’espressione di dolore nel volto della figlia, le labbra socchiuse in un muto urlo.

Samantha dopo la rivelazione, che l’aveva colta impreparata, si ricompose.

«Dove l’hai visto? Sei certa che fosse lui? Sono passati cinque anni». Anna scosse la testa «Pensi che possa dimenticare il volto dell’uomo che ha distrutto la mia famiglia? Era all’ufficio postale. Ben vestito, sembra un uomo di successo, non il pezzente di allora».

«È un uomo di successo. Da quando il vecchio Francini è morto, è lui che porta avanti l’impresa» la corresse Samantha.

«È un criminale. Dovrebbe stare dietro le sbarre a pagare per quello che ci ha fatto!» esclamò Anna con rabbia.

Samantha sospirò. Era meglio fermare la madre prima di dire qualcosa di cui poi si sarebbe pentita.

«Ora basta! Non serve a nessuno ricordare, né odiare. Sono passati cinque anni e per me è solo un ricordo spiacevole».

«Sei buona come tuo padre, peccato che sia solo colpa…».

«Mamma!» la richiamò.

«Hai ragione, quell’uomo non vale neanche un pensiero».

«Ecco, brava. Vai tu dall’avvocato? Devo ancora cambiarmi e non farei in tempo» cercò di distoglierla.

«Vado io, anche se l’avvocato preferirebbe vedere te».

Samantha finse di arrabbiarsi. Aldo Rossi, il loro legale, aveva cercato in tutti i modi di farsi notare da lei con l’appoggio della madre.

Anna le sorrise e pose le mani avanti come per difendersi.

Mentre scendeva al ristorante, Samantha ripensò alla conversazione avuta con la madre. Odiava parlare di Gianni, non perché l’avesse perdonato, ma per il dolore che il ricordo le procurava. L’aveva amato con tutta se stessa e dopo odiato con la stessa disperata intensità. Entrata nella sala bar del ristorante, notò con piacere che era affollata. Alberto, il maître, le andò incontro.

«Che pienone!» commentò. L’uomo inarcò un sopracciglio.

«Il congresso dei medici, hai dimenticato?».

«Scusami! Dove ho la testa?». «Se non lo sai tu, capo!» ironizzò Alberto. «Problemi?».

«No. Rimani?».

«Sì, mi trovi in direzione. Potresti farmi portare uno spuntino?» chiese Samantha.

L’uomo la guardò critico. «Sei la tua peggiore cliente. Dovresti mangiare di più».

«Lo specchio è tiranno, non lo sai? Una bella insalata, per piacere?». Alberto fece un buffo inchino «Ai suoi ordini, madame».

Consumò l’insalata immersa nelle fatture. Quando gli occhi cominciarono a bruciarle, lasciò il computer in stand-by e scese di nuovo in sala.

Non c’era più la confusione di prima. Stava per attraversare la sala quando lo vide. Si bloccò e non noncuranza tornò indietro. Si nascose dietro a una pianta dalla quale poteva osservarlo senza essere vista. Gianni non era cambiato per niente. Adesso aveva i capelli corti e non sembrava neanche invecchiato. Aveva solo trent’anni. Forse il tempo si era fermato per lui dopo quella sera, non per loro che avevano dovuto sopportare le conseguenze della sua incoscienza.

Ricordava ancora ciò che era accaduto quella sera d’estate? Forse no, sembrava a suo agio, mentre discuteva con un uomo. Sussultò alla vista di Alberto che aprì di scatto i rami della pianta.

«Samy, che fai nascosta dietro al ficus?».

Samantha si portò un dito davanti la bocca per impedirgli di parlare. «Zitto! Coprimi».

Lo sentì sghignazzare.

Al sicuro nell’ufficio tirò un sospiro di sollievo. «Adesso puoi dirmi che facevi là dietro?».

«Spiavo un uomo» confessò e trovò la forza di sorridere.

«Ma va! Non l’avrei mai detto!» ironizzò il maître.

«È una storia vecchia. Senti, io vado via. Per qualunque problema chiamami al cellulare».

«Scommetto che uscirai dal retro».

Samantha gli lanciò un’occhiataccia.

Una volta in macchina, scoppiò a ridere. Era una situazione paradossale. E se Gianni l’avesse vista? Che figura! Che ci faceva nel suo ristorante? Era lì nella speranza di vederla o di sfidarli?

Scosse la testa per allontanare qualsiasi fantasticheria. Lei odiava Gianni. Non poté fare a meno di guardare la sua immagine nello specchietto dell’auto e chiedersi quanta verità ci fosse in quell’affermazione.

Quella sera preferì rimanere a casa per evitare spiacevoli incontri. Sua madre, saputa la disavventura del ristorante, si era dichiarata d’accordo e l’aveva sostituita.

Samantha sperava che Gianni non fosse tanto idiota da presentarsi di nuovo al locale, non se la sentiva di garantire sulla flemma della madre. Approfittò della serata libera per coccolarsi un pochino. Fece un lungo bagno, idratò il corpo con una crema idratante dal profumo delizioso e indossò una vestaglia di seta grigio perla.

“Sei bellissima” si complimentò con se stessa, guardandosi alo specchio. Era cambiata negli ultimi cinque anni. Ricordava bene l’aspetto sbarazzino, i capelli neri corti, qualche chilo in più e tanta ingenuità. Adesso sapeva di essere bella, aveva imparato a valorizzarsi, vestiva alla moda e adorava la lingerie di lusso. Peccato che non ci fosse nessuno ad ammirarla. Non le mancavano le opportunità, era lei a non volerle considerare. Allontanava gli uomini prima ancora che provassero ad avvicinarla. Forse un giorno sarebbe arrivato l’uomo giusto, in grado di farle dimenticare il connubio amore-sofferenza. “Il tuo uomo, Samy. Merita un brindisi”. Si riempì un calice di prosecco.

Andò in salotto dove accese lo stereo. Il ritmo della musica la avvolse spingendola a ballare, mentre l’alcool la stordì con il solito catastrofico effetto. Riempì di nuovo il calice. Un doppio brindisi all’uomo speciale e magari anche una sbornia.

Era sola a casa e al ritorno di sua madre l’effetto del vino sarebbe scomparso. Non sarebbe, di certo, arrivata al punto di uscire nuda da casa! Rise al pensiero.

Il suono del campanello le giunse ovattato. Chi poteva essere? Magari il suo uomo speciale dal tempismo perfetto.

Guardando dallo spioncino riconobbe Gianni. Sentì il sangue ghiacciare nelle vene. Si diede della stupida, di che cosa aveva paura? Non era più una ragazzetta stupida, era una donna, un po’ sbronza, ma pur sempre una donna.

Aprì assumendo l’aria più sicura che le riusciva.

A primo impatto, Gianni stentò a riconoscerla, poi prese consapevolezza della presenza di Samantha e di come fosse cambiata. Una sensazione di ansia e struggimento lo paralizzò per qualche istante.

«Ciao, Gianni, non mi aspettavo una tua visita».

«Ciao. Da come hai aperto la porta intuisco che aspettavi altre visite». Samantha scoppiò a ridere per mascherare l’imbarazzo. «Non hai mai brillato in intuito. Non aspetto proprio nessuno. Però mi fa piacere incontrare una vecchia conoscenza». L’invitò ad entrare.

«Come mai sei qui?» chiese.

«Anche a me fa piacere incontrare vecchie conoscenze. Oggi sono stato al ristorante, non ti ho vista. Non te ne occupi più?».

«Certo che sì, chi potrebbe oltre mia madre? Passo molto tempo in direzione». Samantha si accomodò sulla poltrona, sedendosi su una gamba.

«Hai ancora quest’abitudine» osservò.

«Non credo che la perderò mai. Perché sei qui?» tornò a chiedere. «Desideravo vederti. È tanto strano?» ribatté fissandola intensamente. Samantha chiuse gli occhi per non vederlo. Come poteva chiederglielo. Certo che era strano! «Non saprei. Pensavo che io fossi l’ultima persona che tu avresti voluto rivedere». Sentiva di non essere padrona delle sue azioni. Perché aveva bevuto?

«È passato tanto tempo. Le persone cambiano, io sono cambiato, mi sono chiesto come il tempo ti avesse trasformato» mentì.

«Già il tempo, che attimo dopo attimo ci porta via le cose belle, le persone importanti, lasciando solo i ricordi. Ma dimmi, ho superato la prova del tempo?».

«Sei molto più bella dell’ultima volta che ti ho vista».

Lo disse con desiderio e Samantha si sentì rafforzata, aveva un’arma a suo favore anche se non sapeva che farsene.

«Sei gentile, grazie. Posso offrirti qualcosa? Stavo bevendo del prosecco prima del tuo arrivo. Ti va?».

Gianni annuì. Sentiva il suo sguardo seguirla in ogni movimento.

Si era aspettato rancore, era pronto a delle scuse, sebbene non avesse colpe. L’atteggiamento amichevole di Samantha lo disorientava. Chi era la donna che gli porgeva con grazia un calice?

«Brindiamo?» chiese Samantha.

«A che cosa?» non poté esimersi dal chiedere.

«Alle vecchie amicizie, alle nuove, alla vita e al destino» rispose senza nascondere lo scherno.

Gianni allungò il braccio fino a toccare con il calice quello della donna. «Che cosa hai fatto in questo tempo?» chiese lei. «Ho preso la specializzazione, poi ho curato gli interessi di famiglia fuori dal nostro incantevole paesino, adesso che è morto mio nonno sono stato costretto a tornare».

«Pensi di fermarti per molto tempo?». Lasciò che la vestaglia scivolasse sulle gambe mentre le accavallava.

Lo sguardo di lui seguì il movimento della stoffa e si mosse a disagio. «Finché non risolvo alcune questioni in sospeso».

Samantha spostò i capelli da una parte, scoprendo il collo. Ricordava come per lui fosse impossibile resistere dal baciarla lì.

Anche Gianni ricordava, non aveva dimenticato nulla di lei, nonostante ormai avesse relegato quei ricordi a un passato che quasi non gli apparteneva più. Si allentò la cravatta.

«C’è caldo? Se vuoi accendo il condizionatore. Io non soffro molto il caldo e non essendoci mia madre ho preferito non accenderlo. Hai ragione, non si respira». Si alzò di scatto incurante che la vestaglia si aprisse ancora di più.

«No, non scomodarti. Non ho caldo, è che non sopporto le cravatte». «Toglila, allora. Non sei mica a una cena di lavoro!». Si avvicinò a lui per togliergliela, visto che lui non si era mosso.

Gianni si ritrovò ad annusare il profumo di lei, a guardare dentro la scollatura che non lasciava nulla all’immaginazione.

«Che credi di fare? Vuoi farmi impazzire?» chiese fissandola negli occhi. Samantha, con noncuranza, si tirò su, trascinando con sé la cravatta. «Che vuoi dire? Ti ho solo tolto la cravatta. Era quello che volevi, no?» finse innocenza.

«Vado via, è meglio!» esclamò alzandosi.

«Come vuoi». Lo seguì fino all’uscio. «Spero di rivederti presto».

Gianni, turbato, annuì.

«Non dimentichi qualcosa?» gli chiese passandogli la cravatta dietro la nuca e attirandolo a sé.

Gianni dimenticò ogni proposito di prudenza. La baciò con passione e si sorprese per l’infuocata risposta di Samantha.

«Sammy, ti prego…non credo di poterti resistere!». Si staccò a fatica da lei e cercò il suo sguardo, nel quale lesse la sua stessa smania.

Samantha pensava di sciogliersi per il desiderio. Non ricordava un’attrazione tanto forte, né i suoi baci le avevano fatto quell’effetto nel passato.

«Vieni» disse afferrandogli una mano.

«No, è una pazzia! Non guardarmi con quell’aria confusa. Non è il modo migliore per ritornare a essere amici».

«Non potremo mai essere amici, Gianni» obiettò con voce strozzata. «Potrebbe arrivare tua madre, chiamerebbe l’esercito per farmi cacciare» provò ad allentare la tensione.

«Solo per questa volta, che vuoi che succeda? Non lo saprà nessuno a parte noi, nessuno potrà giudicarci. Io ti voglio come allora. Non c’è mai stato nessuno dopo di te. Me lo devi».

Sentì la resistenza dei muscoli del braccio allentarsi e fu certa di averla avuta vinta.

Non fu il passato a ritornare, non c’era nulla nei loro gesti della passione post adolescenziale che avevano vissuto anni prima. C’erano un uomo e una donna e un’attrazione magnetica che li spinse a cercarsi più volte, per dimenticare che del passato non era rimasto l’affetto, ma solo la catastrofica serie di eventi scatenati da una decisione avventata. Si sentì libera dopo tanto tempo. Tuttavia non lo ringraziò per ciò che riteneva dovuto.

«Adesso puoi vestirti e andartene» ordinò con freddezza. Lo vide irrigidirsi e impallidire.

«Stai scherzando, vero?».

«No. Non ho più bisogno di te. Potrebbe arrivare mia madre da un momento all’altro. Non vorrai incontrarla, spero?» chiese ironica. Non fece in tempo ad allontanarsi che si trovò il polso stretto in una morsa. «Lasciami, mi fai male» sibilò.

«Mi devi una spiegazione».

«Non ti devo un bel niente. Ma se proprio lo vuoi sapere, avevo voglia di sesso, tu eri a portata di mano» concluse con un’alzata di spalle.

«Non mi piace quello che sei diventata» disse socchiudendo gli occhi. «Per quanto me ne frega! Non ti è piaciuto forse?» chiese liberando il polso con uno strattone.

«Non puoi trattarmi come uno stallone da usare per i tuoi sordidi desideri» disse afferrando al volo i vestiti che Samantha gli lanciò.

«Dio, come sei diventato forbito! Sordidi desideri! Chissà perché l’unica associazione mentale che collego a quest’espressione è un incosciente, rimbambito dalla droga, che mi ha costretto a partecipare a un rave party, nel quale per poco non sono stata violentata da un maniaco, mentre si gustava la scena. Puoi paragonare i miei sordidi desideri ai tuoi?».

«Non è andata così e lo sai bene».

«Non lo so, invece, non ricordo nulla, se non che dalle tue braccia mi sono trovata costretta da un altro. Se non fosse intervenuta la polizia ad arrestarci tutti quello schifoso ci sarebbe riuscito, mentre tu stavi tranquillo a guardare. Come posso dimenticare, che mio padre è morto per la vergogna, che da allora la mia famiglia non ha più pace».

«Non andò così. Io ho cercato di difenderti ma quei balordi mi avevano immobilizzato…».

«Non mi interessa, è il passato. Quel che conta è il presente. Sono riuscita a fare sesso con un uomo senza sentirmi quelle manacce addosso, me lo dovevi, Gianni. Io allora non ho affatto gradito quelle attenzioni, tu invece adesso hai goduto. Mi sembra che in definitiva a me sia andata peggio. Adesso, per piacere, vattene».

Attese in cucina che l’uscio si chiudesse dietro di lei. Alzò il mento e sorrise. Per fortuna nessuno specchio poteva riflettere il ghigno amaro che deturpò il suo volto.

«Davvero l’hai fatto?» chiese la sua amica Donatella allibita.

«Secondo te, perché dovrei raccontarti fesserie?».

«Samantha, ti rendi conto? Sarà furioso con te. È incredibile!».

«Ero un po’ brilla, in effetti. Da sobria, non so se l’avrei fatto. Però ne è valsa la pena, ti assicuro» commentò strizzandole l’occhio.

«Sono felice per te! Che dire? Però trattare Gianni in quel modo!Non hai avuto paura?».

«Di che cosa? Conosci Gianni, no?».

«Chi può dimenticarlo! Era la mente del gruppo. Che casino quella sera!» ricordò Donatella «e il giorno dopo. Non sono riuscita a guardare i miei per la vergogna per non so quanto tempo!».

Samantha fece una smorfia. «A te andò bene. Io e Gianni fummo fermati per detenzione di droga, visto che l’intelligentone aveva messo delle pasticche nella mia borsa. Solo che lui uscì subito con l’aiuto del nonno e io dovetti rimanere là dentro. Poi l’infarto di mio padre e tutto il resto. Non è stato facile ricominciare, figurati dimenticare».

«Andò via subito dopo».

«Certo! Il nonnino gli fece cambiare aria, qui era diventata irrespirabile!».

«È sbagliato rimuginare su quella storia. È stata una sciocchezza che abbiamo fatto tutti insieme, è inutile attribuire la colpa solo a Gianni». Samantha chiamò in sala per fare apparecchiare un tavolo. Inutile era parlarne con lei, aveva avuto sempre un’adorazione per Gianni, nonostante fosse il suo ragazzo.

«Come va con il tuo magistrato?» cambiò discorso Samantha.

«Male, è sposato».

«Mi dispiace». Donatella sospirò.

«Peccato. L’hai visto, no?».

Samantha rise. «Non pensi ad altro, tu?».

«Io, ma davvero? Fai passare me per arrapata e poi…».

«Che c’entra?».

«C’entra, c’entra. Avrei voluto vedere se lui si fosse presentato obeso e calvo se la smania di vendetta non ti sarebbe passata all’istante!». Samantha dovette riconoscere che aveva ragione. Sarebbe passata sul suo cadavere prima di ammetterlo. «Il tavolo sarà pronto, andiamo?». «Andiamo. Oggi ho il presentimento che mangerò a sbafo. Conosco la padrona del ristorante».

Samantha la ripagò con una pacca sul sedere. «Cammina, buffona. Potrei ricredermi!».

Donatella era una benedizione per lei. Era impossibile angustiarsi sui soliti pensieri in sua presenza. La loro amicizia si era consolidata con gli anni, nonostante gli avvenimenti spiacevoli che avevano vissuto. Dopo tanti anni ad ascoltare, Samantha aveva qualcosa di interessante da raccontare. Era immersa in queste riflessioni quando entrò nella sala. «Guarda che coincidenza! C’è Gianni».

Samantha sentì un tuffo al cuore. Era seduto a un tavolo da solo. La fissava con insistenza, pur non sembrando arrabbiato.

Donatella gli andò incontro. «Gianni! Che piacere vederti!» lo salutò con un entusiasmo che sembrava immutato nel tempo.

«Ma tu guarda! Come sei diventata bella! La maturità ti ha premiata». Si abbracciarono con affetto.

«Anche tu non sei male e devo confessare che in questo periodo ho bisogno di complimenti» flirtò lei.

Ci mancava solo che flirtassero sotto il suo naso.

«Samantha» la salutò.

«Ciao. Vedo che gradisci la mia cucina».

Fece un sorrisetto sbilenco. «Non solo la cucina, carissima».

Sentì Donatella ridacchiare.

«Pranzate con me? Sempre che la direzione sia d’accordo» le invitò.

«La direzione non può sollevare obiezioni. Come tu sai, il cliente ha sempre ragione». Pranzare con lui era l’ultimo dei suoi desideri, però non voleva dargli la soddisfazione di fargli capire che voleva evitarlo. Durante il pranzo fu taciturna, malgrado i vani tentativi dei due amici di spingerla alla conversazione. Era troppo intenda a difendersi dalla sua vicinanza e dai ricordi della sera precedente per potersi rilassare. All’improvviso sentì qualcosa che le premeva sulla gamba destra. Alzò di scatto la testa e incontrò il suo sguardo.

Le fece l’occhiolino. Si era tolto la scarpa con il piede stava effettuando una lenta risalita lungo la gamba, pronto a varcare l’orlo della gonna. La situazione era eccitante nella sua ambiguità, però lei non poteva lasciargli fare ciò che voleva.

Allungò il braccio sotto il tavolo per accarezzargli la caviglia. Fissava il suo viso per leggere dalla sua espressione l’effetto delle carezze. Varcò l’orlo dei pantaloni e indugiò a giocare con i peli della gamba, solleticandogli la pelle con le unghie. Gianni tratteneva il fiato come se temesse di non poter resistere alla dolce tortura che gli procurava di proposito.

«Allora?» chiese Donatella.

Volse lo sguardo su di lei confuso. «Dicevi?».

«Ti ho chiesto se quella storia della lottizzazione intorno alla vecchia basilica è vera».

Samantha si stava divertendo molto.

«Sì, l’intenzione sarebbe quella, sempre che otteniamo le autorizzazioni. Oh, ecco il vino. Un po’ lenti i camerieri».

Samantha gli tirò il piede, bloccandolo tra le cosce. «Sei troppo impaziente. Non afferri bene il concetto del momento adatto».

Gli sfilò il calzino e con un movimento fulmineo lo infilò nella borsa. Lo sfidò con lo sguardo.

Gianni versò il vino nei bicchieri, come se non fosse successo nulla. «Propongo un brindisi. Alle vecchie amicizie e alle nuove, nella speranza che il futuro porti felicità a tutti noi. E devo confessare che sono molto paziente. Saper aspettare il momento opportuno è un grande pregio. Al momento opportuno» ripeté il brondisi, alzando il bicchiere.

Era un chiaro messaggio per lei, prima o poi le avrebbe reso lo scherzetto. Alzò il bicchiere per un muto brindisi.

Al momento di alzarsi, Gianni cercò di prendersela comoda, al contrario Samantha era intenzionata ad andare in fondo.

«Sei talmente sazio da non avere la forza di alzarti dalla sedia?». Lesse nel suo sguardo aria di tempesta.

«Ci vuole ben altro che la tua cucina per mettermi ko».

«Ciao, Gianni. Noi dobbiamo scappare. Non permetterti di ritornare nella grande città senza avermi salutato» disse Donatella, frettolosa, temendo di dover fare tardi al lavoro.

Li guardò salutarsi e scambiarsi i biglietti da visita.

Donatella si avviò all’uscita.

«Un attimo, devo parlare con Alberto» la fermò, benché non si mosse di un passo.

«Che fai ancora lì!» esclamò Donatella esasperata, ignara che era solo un modo per fermarla.

«Ci vediamo» la salutò Gianni e inaspettatamente si avviò all’uscita.

I pantaloni pur essendo lunghi nel loro ondeggiare sul bordo lasciavano intravedere la caviglia scoperta dell’uomo.

«Hai dimenticato di metterti un calzino prima di uscire da casa» osservò ad alta voce.

Diversi sguardi si fermarono all’altezza dei piedi dell’uomo, seguiti da qualche risolino.

Lo sentì borbottare. Prima di varcare l’uscio le lanciò uno sguardo di fuoco.

«Questa volta te la farà pagare cara» affermò Donatella ridendo, dopo avere ascoltato tutta la storia.

«Che può farmi?» chiese con un’alzata di spalle.

«Non saprei, magari ti organizza uno scherzetto ad hoc».

Durante la settimana successiva ebbe modo di pensare a lui, chiedendosi sempre più spesso se non avesse esagerato, con l’unico risultato di avere ucciso quel poco di interesse che aveva avuto nei suoi confronti. Si sentiva ancora attratta da lui, ma l’ultima cosa che voleva era soffrire ancora, oltre che avere una relazione. Era fiera della sua indipendenza e non voleva perderla per un uomo, che sapeva come spezzarle il cuore. Dopo due settimane le arrivarono a casa dei fiori insieme a un biglietto d’invito.

Gli telefonò per accettare. Dovette anche sorbirsi una predica dalla madre, che riteneva deprecabile che lei andasse a cena con il nemico, ignorando ciò che la figlia aveva combinato nel frattempo.

Samantha arrivò al ristorante in ritardo. Fu accolta con molta cortesia, sebbene sembrasse strano avere per il cliente la loro più grande concorrente.

Trovò Gianni che sorseggiava un aperitivo. «È destino che dobbiamo vederci sempre con un bicchiere in mano» osservò, mentre Gianni sembrava interessato a studiarla in ogni piccolo particolare.

«Un brindisi per ogni sera. Questa sera brindiamo a te. Sei bella da togliere il fiato».

«E tu il solito imbroglione» rispose in imbarazzo.

Attese che il cameriere andasse via prima di mettere le carte in tavola. «Non credevo che ti saresti fatto vivo!».

«Ti sono piaciuti i fiori?».

Samantha fece una smorfia. Era sempre stato bravo a eludere le risposte. «Sì, grazie. Ora rispondi alla mia domanda».

«Pensavo fosse un’affermazione più che una domanda» la corresse. «Perché mi hai invitata?» fu diretta.

Le offrì un ciclamino che ornava il tavolo. «Potrei dirti che avevo voglia di vederti e non sarebbe una bugia. Ci sono motivazioni più importanti, primo tra tutti, il tuo perdono. Mi è dispiaciuto ciò che è successo tra noi quando ci siamo rivisti».

«Ti è dispiaciuto fare l’amore con me? Sei incomprensibile. Dovresti essere furioso, invece».

«Tu non hai fatto l’amore, Samantha» osservò con tono profondo. Le prese la mano. «Di che cosa dovrei essere furioso? Dei tuoi scherzi? Non mi è mai mancato l’umorismo. Certo la prima volta ho gradito di più e non avrei dovuto. La seconda mi hai messo in imbarazzo. Avrei voluto strozzarti in quel momento».

«È stato divertente».

«Non per me. Questa discussione sarebbe stata necessaria durante il nostro incontro, ci sarebbe di meno da recriminare».

Samantha annuì. «Non ero pronta. Sì, sarebbe stato più maturo, più ragionevole. Il tuo ritorno è stato uno choc per me, renditene conto». «Eppure mi sei sembrata tutto tranne che scioccata!».

Non ebbe modo di replicare per l’arrivo del cameriere, né ebbero voglia di discuterne durante il resto della cena. Parlarono degli amici comuni, di ciò che erano diventati e di quelli che avevano perso di vista.

Fuori dal locale si incamminarono lungo la spiaggia, assaporando il lieve frusciare del mare che si infrangeva dolce sulla ghiaia sottile. Raggiunsero la riva e sedettero in prossimità del bagnasciuga, come erano soliti fare quando erano insieme.

«Io non sono qui per cercare attenuanti, voglio solo che tu capisca». Samantha si girò a guardarlo, le labbra socchiuse dall’incredulità.

«Che cosa dovrei capire? Gianni, mi hai abbandonato nel momento in cui io avevo più bisogno di te! Tu eri la persona più importante, ma che dico, la mia vita girava intorno a te e sei scomparso prima ancora che mi rendessi conto di quello che era accaduto, che mio padre non c’era più e forse la colpa era solo mia».

«Ho dovuto scegliere tra te e il mio futuro, non ho avuto molta possibilità».

Sussurrò appena quelle parole, eppure Samantha avvertì molta sofferenza. «Che stai dicendo? Hai scelto la carriera a me!».

«Mio nonno mi impose di andare via altrimenti mi avrebbe cacciato. Senti, non è facile da capire se non conosci la storia. Sai di mio padre, no? Lasciò l’azienda per un’attrice…».

«È tua madre».

«Che madre è quella che mi ha abbandonato ai miei nonni quando mio padre morì?».

«Era senza mezzi, lo sai».

«Ti sbagli. Dal giorno in cui mio padre si schiantò con la macchina, lei ha ricevuto un vitalizio dalla famiglia Francini. La verità è che non poteva stare dietro alle sue smanie da attricetta con me tra i piedi. Vuoi sapere quando la sento? Se c’è un ritardo del bonifico, recita la parte della madre. Ha un copione fisso, i saluti, la mia salute, gli affari, i rimproveri perché non mi sono sposato, infine la richiesta del denaro. Punto».

«Mi dispiace, non pensavo che ti pesasse tanto».

«Non te l’ho mai detto. Mi hanno cresciuto i miei nonni, loro mi hanno amato, mi hanno dato tutto. Che cosa avrei dovuto fare? Non potevo deluderlo, non volevo essere un degno figlio dei miei genitori. Volevo essere degno di lui».

«Lui era più importante di me?».

«Non lo era, ma ci sono momenti nei quali bisogna saper prendere delle decisioni da uomini. Quell’estate fu meravigliosa. Mi ero laureato, stavo con te, eravamo spensierati e felici. Sapevo però che non sarebbe durata, comunque io sarei dovuto partire prima o poi per lavoro. Era l’ultima estate da ragazzo».

Samantha prese un sassolino e lo scagliò lontano. «Mi stai dicendo che mi avresti lasciata lo stesso?».

«No, era l’ultimo dei miei pensieri. Non so che cosa sarebbe successo, forse saremmo ancora insieme, chi può saperlo. Sapevo che non sarebbe stato lo stesso».

«Perché mi stai raccontando questa storia? Non cancella il passato. Mio padre non c’è più e forse sarebbe morto lo stesso, vista la vita pazzesca che faceva. Tu non sai che cosa ho passato io a causa tua? C’erano mattine che non riuscivo ad alzarmi dal letto, mi sentivo schiacciata da qualcosa che non riuscivo neanche a definire dolore».

Provò a prenderle la mano, lei lo spinse via.

«Lo so, Samantha. Conosco quel dolore. Mi dispiace, per mesi non ho pensato che a te». «

Non mi hai cercata!».

«No, è vero. Sarebbe servito a qualcosa?».

«Non lo so». Samantha si asciugò una lacrima con rabbia. Non ricordava più quando era stata l’ultima volta che aveva pianto, ma era certa che quelle lacrime lontane erano state per lui.

«Non ti ho mai dimenticata. Ho provato ad amare altre donne, ce l’ho messa tutta, credimi, però ogni volta cercavo in loro qualcosa di te che non avevano».

«Non mi hai mai cercata!» esclamò con rabbia.

«Volevo darti la possibilità di farti una vita. Capitava ogni tanto di incontrare qualcuno del paese, anche se non chiedevo, finivano per parlarmi di te». Le prese la mano «Samantha è in gamba, il locale è rinato con lei, Samantha si diverte, esce con tanti uomini».

«Non ho avuto un uomo dopo di te! Avevo troppa paura di soffrire. Sì, uscivo! Per non seppellirmi a casa, per non sentire mia madre dolersi del suo essere vedova…».

«Quando sono tornato non volevo cercarti. Mi ero autoimposto di starti lontano. Avevo sperato che avessi un compagno. È stato più forte di me. Ho visto tua madre e il passato è tornato a impossessarsi di me. Sono andato al ristorante nella speranza di vederti, sono ritornato anche quella sera, ho visto tua madre alla cassa e sono andato a casa tua. Ho visto la luce accesa e non ho resistito…».

«Perché mi stai dicendo queste cose? Non mi interessano!».

«Sammy, sei sempre stata una pessima bugiarda» la richiamò sorridendo.

«Non chiamarmi così!».

«Nessuno ti chiama Sammy, tranne me».

«Che cosa vuoi da me?».

«Vorrei che ti lasciassi amare ancora. È solo un desiderio, lo so. Presto andrò via e la tua vita è qui. Non posso chiederti nulla, a parte un’amicizia di facciata».

«Di facciata?» chiese confusa.

«Ero venuto da te con le migliori intenzioni, ma tu mi hai sedotto».

Lo disse in modo buffo e a Samantha scappò un risolino.

«Un’esperienza interessante, vale la pena riprovare una seconda, terza, quarta volta…anche all’infinito».

«Dai, smettila, mi metti in imbarazzo». Gli diede un lieve colpo alla spalla.

Risero complici come se non fossero stati separati. «Che strana la nostra storia! Non mi aspettavo che sarebbe finita così. Se dovessimo farne una trama per un racconto sono sicura che il lettore commenterebbe “che finale idiota!”. Eravamo partiti bene, sesso, vendette, liti, poi abbiamo lasciato il campo al buon senso».

«Perché pensi che sia finita?».

«È finita con un nuovo inizio».

«Infatti. E poi il lettore capirebbe che per me è meglio così. Non avrei retto ai tuoi scherzacci diabolici senza reagire!».

Samantha rise e si avvicinò a lui. Sentì il suo braccio avvolgerle le spalle. «Nessuno scriverà la nostra storia, quindi che ce ne frega!».

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