Il filo dell’esistenza

Panta rei. Tutto scorre. La nostra vita scorre tra realtà, fantasia e rimpianti, nell’anonimato, legata al filo indissolubile che lega la vita di chiunque, che l’accompagna giorno dopo giorno fino all’ultimo respiro e che definisce se la nostra è stata un’esistenza piena, se il filo è stato dipanato in linea continua o se ha subito tagli e avvolgimenti. Ho chiesto, come nel gioco della verità, alle mie amiche di tracciare insieme a me il filo della loro esistenza, una linea del tempo tracciata per uno scopo ben definito, la comprensione per me, l’amore puro per Paola, la ricerca della vita per Arianna. La comprensione Il filo della mia vita è legato alla ricerca della comprensione da parte del mondo, la comprensione immediata che distingue gli esseri eletti dalla massa, perché è difficile capire chi comunica solo con uno sguardo spesso abbassato. La sensazione di essere incompresa ha spadroneggiato in me fin dall’infanzia. Cresciuta tra l’indifferenza di una madre bambina, di un padre introverso e con delle sorelle maggiori, che mi sembravano migliori di me in tutto, ho trovato un rifugio sicuro nella fantasia del gioco e nel cibo, che lasciava una sensazione di calore dentro, quando il mondo diventava freddo e ostile. Ho provato pure il freddo dell’anoressia, un freddo terribile che sembrava spaccare in due le mie spalle piccole e ossute, che curvava la schiena in una posizione fetale. Era l’estrema ricerca della comprensione, cercavo di spogliare il corpo dal superfluo per scoprire l’anima. Non ricordo neanche bene come cominciò, tranne un particolare. Non tenevo ancora un diario per paura che qualcuno a casa lo trovasse, presi un foglio e scrissi che volevo nutrirmi di aria. Il mio corpo cominciò di lì a poco a ingurgitare aria e a stare male. La pancia si gonfiava fino a soffocarmi e io mangiavo sempre meno per evitare che ciò avvenisse. A volte ero talmente disidratata che inghiottivo acqua dal rubinetto senza fine, per rimproverarmi subito dopo non tanto per la pericolosità del gesto in quanto non era potabile, piuttosto perché quell’acqua mi avrebbe provocato gonfiore e ritenzione. Guarì anche da questo, senza nessun aiuto, da sola. Stavo per ore sveglia a letto a pensare e ricordare tutto quanto nella vita mi avesse provocato dolore e tutto finiva intorno a tre figure che giravano come in un girotondo eterno, i miei genitori e il mio unico amore. Inutile cercare la comprensione dei miei genitori, non mi conoscevano e io non conoscevo loro. Ero la meno problematica delle sorelle o almeno io credevo, non chiedevo mai due volte la stessa cosa, un no era per me definitivo, per orgoglio, per non essere un fastidio, per deviare l’attenzione su di me. Ho riflettuto molto su di loro e la mia malattia si è risolta nel momento in cui ho capito che loro avevano fatto quanto possibile per me. Stupido rimproverarli per l’imperfezione, sono solo delle persone che vivono una vita spesso mediocre e ne soffrono. Accettare i miei genitori è stato il primo atto di maturità, seppure tardivo. La mancanza di comunicazione con loro non mi ha comunque privato dei valori fondamentali della vita, sapevo perfettamente cosa fosse giusto o sbagliato, quasi istintivamente capivo che certe situazioni erano al limite e davo un taglio netto. Tranne che con lui. Avevo troppo pochi anni, col senno di poi, ma anche lui era giovanissimo. Credo si sia innamorato di me a prima vista, per me è stato prima un amico, un ragazzo che aveva qualcosa di speciale negli occhi, che sapeva farmi ridere, che sembrava possedere il dono della comprensione pura. La sua ragazza, per tanti anni, per troppi. La sua ragazza per tutti, dolce, sorridente, a volte silenziosa, di quelle che sanno mantenere il proprio ruolo, che sanno essere trasparenti se vogliono. La ragazza perfetta, generosa nel sesso, pur non avendo un’esperienza diretta, pur non provando piacere in esso, la ragazza orgogliosa, intelligente e aperta. Chi era quella ragazza? Cosa sapevano di me? C’erano mille mondi, mille personaggi, puttane, sante, maghi, cavalieri e dame, misteriosi enigmi di monaci medievali dentro di me, conosciuti nelle sere da sola con un libro in mano. Guardavo negli occhi dei suoi amici e vedevo il nulla, vanità, omertà, stupidità. Come potevo mettermi in un piano di comprensione con persone simili? Io leggevo, scrivevo storie, vivevo con la fantasia vite meravigliose fatte di uomini e donne perfette, credevo nella giustizia perfetta, nel futuro dove non avrei più letto parole di mafia, dove non avrei più stretto mani che forse si erano macchiate di omicidi su commissione. L’ho fatto pur ignorando di chi fosse quella mano, un’antipatia immediata perché non c’era decisione in quella stretta, come chi si nega per paura di scoprirsi. È stato meglio non sapere chi avessi davanti, perché dopo non avrei avuto la forza di oppormi al mio uomo e ci sarei stata male perché io ho pianto per i giornalisti dalla sferzante ironia, per i magistrati, passati alla storia in un frangente di morte, nel quale la parola eroe è stata oscurata dal boato della detonazione. Ho pianto per la giustizia che non era poi tanto perfetta, piango ancora per la mia terra che è governata dalla stupidità e mi rendo conto che le mie lacrime si prosciugano insieme all’indifferenza generale perché ormai nessuno ha più il coraggio di cambiare. Il mistero è stato in quegli anni il filo conduttore, sguardo freddo, imperscrutabile, perfezione esteriore, difesa estrema di un’individualità che credevo troppo complicata per il mondo. Ascoltavo i discorsi altrui ed ero sempre in silenzioso disaccordo, mi sentivo lontana dagli altri perché il mio sentire le cose mi poneva a un livello parallelo, una percezione interiore nella quale gli altri non riuscivano a entrare. Ma devi avere coraggio a vent’anni per dire in senso universale che non credi nell’amore eterno, nella monogamia, nella verità unica. Non ho mai avuto tanto coraggio, anzi ne ho troppo poco, fuggo anche oggi dalle situazioni nelle quali è necessario mettersi in gioco, nonostante ciò ho avuto il coraggio di gettare la maschera. Ho scritto un libro, giorni meravigliosi nei quali la fantasia volava e io la fermavo con parole piene, profumate d’estate, con paesaggi della mia terra, con baci e abbracci che forse anch’io ho dato o ho solo immaginato. Brava, bellissimo, i commenti unanimi, e una felicità sconosciuta, una sicurezza fuori da ogni limite, una voglia estrema di parlare, di sembrare me stessa, divertente, ironica, controcorrente, io nei miei pensieri da una vita e vedere nello sguardo altrui non tanto la comprensione, quanto piuttosto ammirazione e sorpresa. La felicità può guarire anche ferite gravi. C’è stato un aborto in quei giorni, ma non mi ha toccato. Sorridevo in quella camera operatoria, pur desiderando un altro figlio. La fiducia nel futuro, nel mio compagno, l’amore verso il mio unico figlio erano talmente tangibili, che non ho avvertito nulla, neanche il vuoto. Ho sognato di partorire un bambino morto, la sera dopo, un prezzo minimo da pagare per una vita che non c’è stata. La nuova vita è venuta e prima di lei un altro libro. Poi il nulla. Risucchiata in un ruolo nel quale non mi sono mai trovata bene. Un ruolo dove sei solo madre, non hai più un’identità, nel quale il tempo è scandito da pianti e veglie. Una briciola, una briciola sul pavimento della cucina rimasta dalla cena del giorno precedente. Sono rimasta a fissarla per ore credo, mentre allattavo e cercavo di addormentare la piccola e in quella briciola, che non potevo togliere, ho visto la mia vita per tanto tempo, una vita dove anche i pensieri della sera ti vengono rubati, dove non ci sono libri da leggere o da scrivere, dove devi vivere la realtà nuda e cruda, nella quale i sentimenti vivono incubettati nella gelida quotidianità, spezzata talvolta da un attacco d’ira o di malinconia, ma tutto così soft e ovattato da sembrare quasi irreale. Non resta che stringerti addosso al piccolo corpo caldo, in questi attimi, per non lasciarti sopraffare da immagini terribili, tinte dal colore nero della libertà. Mai come in questo momento l’inesorabile verità di Eraclito coincide con la mia vita. Scorre il tempo, senza pietà, crudelmente, senza lasciare tempo al rimpianto. È un periodo duro nel quale ho perso la voglia di scrivere, ho perso il gusto per l’attesa, i giorni trascorrono grigi, bui, invernali, piovosi e infangati, senza tempo, eppure intrisi del tempo che va via, del tempo che lei sta rubando alla mia vita, come se nella competizione tra le nostre identità lei non fosse già la vincitrice in partenza perché lei ha una vita da vivere, io ho solo un passato da riscattare. In questi giorni senza righe ho pensato a dialoghi, ad articoli, a mille blog da creare e i pensieri sono scivolati via prima ancora di avere la possibilità di fermarli in un modo qualsiasi. Mi chiedo il perché di tanta tristezza e vedo un oceano di ragioni, la mia famiglia che viene cancellata dalla vecchiaia e dalle malattie, i quarant’anni alla porta, le risposte che non arrivano e io che rimango sempre uguale, che non imparo dai miei errori. Un altro anno è finito. Non trovo neanche il coraggio di pensarci senza soffocare nella sensazione del fallimento e della banalità e scivolare ancora una volta passivamente nel silenzio.

L’amore. Non credo molto nell’efficacia dell’outing, mi sa tanto di piagnoni che chiedono la compassione altrui e soprattutto non ho la capacità di scrivere sopra le righe come Floriana e Arianna, sotto le righe piuttosto. Come quando al liceo facevo la lettura metrica e l’insegnante di latino mi ha suggerito di andare a leggere nel sottoscala della Scala! Ho sempre vissuto nell’idea di essere sopra le righe, questo sì, ma è stupido tanto quanto il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto come se noi poveri esseri potessimo stare solo da una parte o dall’altra. Mi sembra piuttosto che viviamo in un centro e raramente ci spostiamo in vetta alla felicità per cadere immediatamente dopo in fondo al baratro della sofferenza. Anche il discorso circa il dipanare il filo della nostra esistenza per sapere chi siamo e in che direzione andiamo, non regge, almeno per me! Ho sempre saputo chi sono e cosa voglio. Bella! Bella per me stessa e per gli uomini nei quali posso vederla riflessa in fondo al loro sguardo di vittoria. Ecco! Sono un premio per gli uomini che dicono di amarmi. Ho imparato presto due lezioni dalla vita, la prima è che se cerchi di uscire fuori dalle regole devi pagarne le conseguenze, la seconda è quanto sia doloroso pagare il conto perché spesso ti ritrovi a diventare il consulente noioso della tua vita, a scandagliare voce per voce le azioni al fine di scoprire dove hai sbagliato per accorgerti alla fine di non aver sbagliato un bel niente. Ma in amore è così! Tu t’innamori, ti spogli della bellezza, scopri te stessa e lui scappa perché hai dato troppo. Ti aveva chiesto solo briciole di vanità estetica, che stai a parlargli di sogni, ambizioni e di verità che lo mettono di fronte a delle scelte! Solo la bellezza, è semplice, è fruibile, è immediata ed è soprattutto effimera, come in un contratto a termine, il co.co.co. della vanità, il timer dell’esteriorità. È la sicurezza per lui che il giorno in cui avrò una ruga suonerà il campanello che lo porterà via da me. È l’ideale per gli uomini che fuggono dalle responsabilità! Ho il seno rifatto. È meraviglioso passeggiare in spiaggia e leggere domande dietro a sguardi nascosti da spesse lenti scure. “È finto” confermo alle donne con un sorrisetto compiaciuto, “è solo per te, amore” ammicco agli uomini che si disinteressano del dubbio e girano la testa a semicerchio per non lasciarsi sfuggire l’ultimo angolo di visuale. Non avevo progettato questa cosa, è iniziata per scherzo diversi anni fa e non mi sono mai pentita. Stavamo a letto, in un momento rubato perchè dopo l’amore scappava dalla moglie o al lavoro. “Ti immagini con una superterza” disse. “Pagamela e l’avrai” risposi con una sicurezza sconcertante. L’ho avuta, ma non lui, perché la moglie alla fine ha saputo di noi e io mi ritrovai di nuovo sola. L’amore in fondo nasce dalla solitudine, dall’ambivalenza tra piacere e dolore. Strano chiamarlo amore, ha molte sfumature, è sottomissione, ma io non mi sento sottomessa. Potrei chiamarlo sesso, scopata e tanti altri termini tra metafore e fantasia, d’altronde la fantasia non ha limiti. Dovrei chiamarlo conoscenza, consapevolezza, esperienza, eventi che regalano sensazioni discordanti, a volte stonate come chitarre dalle corde recise, altre cristalline come un coro di voci bianche. Ecco! Sto cadendo nella trappola di Floriana, usare figure retoriche per addolcire la pillola e non sempre è possibile. Uscivo spesso con uomini generosi, ai quali non ho mai chiesto nulla né nulla gli avevo dato. Era uno scambio innocente, lui pagava per avere una bella compagnia, stop. Mi definivo una p.r., qualcuno ci provava, ma finiva tutto lì, con uno scambio di sorrisi di commiato. Una sera, però, l’idea fissa dell’affitto in scadenza e quelle scarpe, provate in mattinata, oscenamente belle al di là della griffe. Trecentosessantacinque euro, non un centesimo in meno. Le scarpe e l’affitto come in una giostra e il ricordo di tanti amori a fine corsa, consumati su un anonimo letto senza nessun piacere, con il sapore della sconfitta addosso. Cosa avrebbe cambiato rispetto a ora se non delle banconote lasciate su un comodino? Ne chiesi trecentosettanta per un cinico rimborso benzina fino al centro dove mi attendeva l’oggetto della mia perdizione. È facile farlo, se non ci pensi, ma ci pensi dopo ossessivamente, cercando di non definirti, giustificandoti perché la vita è dura e non è facile trovare l’amore vero. L’amore puro è l’amore senza identità, senza nomi, come in Ultimo tango a Parigi, ma a lieto fine. Lo guardi, lo ami e sai che è quello giusto per sempre perché ha amato e conosciuto l’essenza immediata di me. Mi piace pensare che gli uomini più che le donne siano alla ricerca dell’amore puro senza condizionamenti, in tal proposito noi donne siamo più cerebrali, in quanto in mezzo al nostro sguardo catturato magneticamente da uno profondo e intrigante, frapponiamo immagini di condivisioni quotidiane, di figli e di ruoli, retaggio di una schiavitù biologica troppo persistente per ignorarla. Mi piace pensare che gli uomini cerchino questo sogno tra le braccia di una donna sconosciuta e che siano disposti a pagarla per far ciò. Devo credere che anch’io sto cercando l’amore puro, senza identità, perché altrimenti l’unica parola, che rimbomba come un’eco maledetto, è “puttana”.

La vita. Il filo della mia esistenza è una porta senza chiave da aprire e chiudere sull’onda delle mie follie, di capricci senza senso per chi mi osserva e giudica. La ritengo la porta dalla quale fuggire quando il mondo sembra fagocitare l’aria intorno a me e ho bisogno di riscoprire me stessa. Riapro sempre la porta per ritornare e non c’è un filo di logica nel voler reiterare la mia esistenza perché la vita è fatta di scelte, non si può né tornare indietro né si deve rimpiangere il passato perché la scelta che ho fatto mi ha cambiato in qualche modo e, di fatto, io non sono più la stessa persona. Si rimane uguali per gli altri, sempre disponibili a etichettare e colpevolizzare, c’è il mostro, lo straniero, la mignotta, il terrorista, il drogato e via con un lungo elenco senza fine di stereotipi fissati con il martello della ovvietà e del pregiudizio. Io sono la stupida, l’eterna generosa e l’ottimista sempre pronta a prendere una valigia e a seguire l’uomo del momento in capo al mondo. In realtà non sono state molte le città che ho cambiato così come gli uomini, ma sono stati importanti per me perché hanno scandito attimi fondamentali della mia vita. Cambiavano gli uomini ma la dinamica rimaneva sempre uguale, ci incontravamo, diventavo la donna della sua vita finchè mostravo un minimo d’incertezza su di lui o sul nostro futuro. Non appena lui diventava l’uomo per me arrivavano desideri prima inespressi, regali che io correvo a comprare fregandomene del conto in rosso e infine la delusione che presentava ogni volta un aspetto diverso, aveva il volto di una donna, la voce autoritaria dell’arroganza o una sfumatura di stupidità che coglievo nei suoi discorsi. Porta chiusa, valigia pronta e l’agenda sulla quale rispolverare le vecchie amicizie e ricominciavo da capo con un uomo che era stato depennato magari l’anno precedente. Non è facile capire come io riesca a mantenere ottimi rapporti con i miei ex, per molti è una mancanza di orgoglio, per me è normale. Parto dal presupposto che è mia parte della colpa se la storia è finita e pertanto non è giusto colpevolizzare l’altro. È andata così, pazienza! Una porta chiusa e poi riaperta mi ha portato direttamente al matrimonio, dopo appena sei mesi di riavvicinamento. Ma non erano reali perché avevamo un passato di convivenza alle spalle e anche… delle corna, un piccolo sbaglio da parte sua, ma in fondo chi sono io per giudicare. La monogamia non esiste e il tradimento è sempre alla porta aspettando che si attui la congiunzione tra attrazione e opportunità. È un uomo speciale lui, è l’esatto contrario di me, è ambizioso, è pragmatico, è deciso e sicuro, è un calcolatore per indole. È un bastardo. È l’unica porta che ho chiuso perché davvero dietro di essa c’è l’abisso. Non andava bene neanche dall’inizio, si discuteva per tutto, liti furibonde per la casa, l’organizzazione del matrimonio, addirittura per i regali di nozze, dei quali a me non fregava nulla. Volevo solo sposarmi e avere un figlio. Ho sempre desiderato essere madre, avere quel rapporto d’amore esclusivo e terrificante, l’amore che dura una vita. Volevo vedere negli occhi di una creatura i miei occhi, il mio sorriso o il suo, volevo vedere il nostro amore riflesso in una vita. Volevo soprattutto perché sapevo che per me era quasi un’utopia. Lo sapevo fin da ragazzina che ciò che è semplice e normale per qualsiasi donna, a volte quasi un problema o un fastidio, è per me un Everest da scalare. Inutile perdersi dietro a spiegazioni mediche, niente da fare se non con la fecondazione assistita. È iniziato il calvario, visite, speranze, cure ormonali insopportabili che mi hanno gonfiato come un pallone, fastidio da parte sua per i continui viaggi e sguardi di commiserazioni da parte della sua algida famiglia Avevo un pensiero ricorrente, tanti ce l’avevano fatta perché non io, cosa avevo io meno di tante altre donne, avevo sofferto e avevo desiderato un figlio come loro. Tutto finì seduta sulla tazza del wc, con un’emorragia nella quale la vita uscì fuori da me. Finì in quel momento anche il mio matrimonio. È brutale e letterale ma il mio matrimonio finì in un cesso! Il matrimonio è come una torta farcita, allo strato superiore e superficiale c’è la panna montata e le decorazioni che arricchiscono il desiderio e la vista, al centro la crema che è un concentrato di felicità, di pensieri ed eventi condivisi. In fondo c’è la base costituita dall’affetto sincero, dal rispetto, da un impasto che da solo magari è insapore ma che è fondamentale per la buona riuscita del matrimonio. In fondo se in una torta l’impasto è sbagliato sprofonda non appena la togli dal forno e puoi decorarla come vuoi la riuscita sarà mediocre. I mesi seguenti la separazione furono ovattati, mi sentivo circondata da gente ostile in una città ostile. Non avevo alternative, però, perché a parte la mia claustrofobia città natale nell’angolo più remoto d’Italia non riuscivo a pensare a un buco accogliente. La soluzione arrivò da un amico, il solito ex, un’altra porta che si stava aprendo. Partì attratta più dall’idea di vivere in un bel posto che per ragioni sentimentali, invece vi ho trovato l’amore. Cominciammo a vederci quasi per caso, parlavamo dei nostri problemi, più dei suoi, che si trovava coinvolto in una brutta causa di divorzio e più passava il tempo è più facevo miei i suoi tormenti fino ad affondarvi. Non ho molte certezze nella mia vita perché spesso mi affido al caso e all’istinto però sono convinta che le cose migliori accadano per caso, come ad esempio, un incontro inaspettato, un giro in auto, un momento d’amore rubato e poi un dubbio, pazzesco, incredibile, troppo impossibile per crederci. E sull’onda di quel dubbio pazzesco ti ritrovi con un test di gravidanza in mano e la vista annebbiata dall’incredulità, dal tuo cuore che sembra scoppiare dentro il petto, dalla paura del casino che può derivare dalla notizia, ma del quale non ti frega un tubo perché il miracolo sembra essersi avverato, le tue preghiere sono state ascoltate da qualcuno che finora aveva distrattamente osservato il tuo destino. Il mio bambino è qui, gira ancora malfermo sulle gambette, ha i miei occhi e il mio sorriso, è splendido, è mio per sempre. Ho dovuto cambiare città di nuovo, questa volta insieme a mio figlio e al mio compagno per esigenze lavorative. Cambiare città significa affrontare molte rotture burocratiche, tra le quali nuovi medici. La mia è giovane e carina e mi ha prescritto tutta una serie di esami di routine. Anche le cose peggiori accadono per caso, da un esame di routine, durante il quale scopri che c’è qualcosa di sbagliato dentro di te, qualcosa che potrebbe privarti prima della tua femminilità e poi della tua vita. Ho avvertito un vuoto dentro di me alla notizia, poi ho visto mio figlio senza di me, un’ingiustizia estrema e crudele, il mio miracolo senza di me. È inconcepibile e inevitabile non lottare contro il male. Aspetto l’intervento da un giorno all’altro, con paura e molta speranza e con la consapevolezza che per una volta la porta della mia vita potrebbe chiudersi per sempre alle mie spalle.

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