Lelia e il professore

«Avanti, matricola, facciamo una pausa».

«Lo sai che odio questo nomignolo, è da due anni che non sono più una matricola, cara laureanda!» esclamò Lelia. Ne aveva abbastanza di sentirsi il pulcino di casa. Da figlia minore aveva dovuto sopportare genitori e fratelli, adesso che viveva con le colleghe universitarie si trovava nella stessa situazione.

Angela accese lo stereo. «Tanto per cambiare musica» commentò occhieggiando ai libri di filosofia sui quali avevano passato le ultime ore.

«Baccini! Hai proprio una fissazione!».

«Perché? Non ti piace?» chiese Angela.

«Sono stufa di ascoltare sempre la stessa musica, non hai altro?».

«No, secondo me è un filosofo!».

«Davvero? Che cosa c’è di profondo nel farsi cambiare il look da Armani?» chiese riferendosi al motivetto tormentone della canzone del cantautore.

«Ricorriamo alla moda per sentirci sicuri e invece ci allontaniamo dalla nostra individualità. C’è una psicosi del look, non te ne sei accorta?» spiegò l’amica tra il serio e il faceto.

«Come sei profonda! Hai ragione, ricordi la canzone di Rambo, si può interpretare nell’ammirazione delle oche per divi e muscoli».

Angela sorrise «Brava, però non ci vuole molta profondità per questo concetto».

Lelia la ringraziò con una smorfia.

«Ehi di casa! Guardate che cosa ho trovato!». Giovanna appena arrivata mostrò un libro.

«Di chi è?» chiese Lelia.

«L’ultimo bestseller di Colonna. Vi ricordate? Quello che è venuto a fare una conferenza sulla società nel Medioevo».

Lelia ritornò con il pensiero alle mattine di tre mesi prima. Roberto Colonna era stato un oratore formidabile, al punto di rendere interessante un argomento noioso come quello. Ne era rimasta affascinata e aveva subito le burle delle colleghe per questo motivo.

«Lelia si ricorda di sicuro! Si era presa una cotta!» la sbeffeggiò Angela.

«Non vedo che cosa ci sia di male. È bello, intelligente e di successo. Quanti professori abbiamo avuto con caratteristiche simili? E non dimenticare che la sua conferenza ci ha snellito il lavoro di ricerca di almeno la metà» si difese Lelia.

«Questo è vero. Come si intitola il mattone?» chiese Angela.

«Interiorità. Beh, il titolo è tutto un programma».

«A me interessa. Me lo presti?» la pregò Lelia.

«Non le è ancora passata» commentarono le ragazze rassegnate.

Sul retro della copertina del libro c’era una foto dell’autore. Lelia rimase incantata ad ammirarla.

«Mi piacerebbe conoscerlo, magari andare a cena con lui. Vi immaginate, io e lui, in un locale rustico, molto intimo, a luce di candela…».

«E lui che ti tiene la mano e ti spiega la critica della ragion pura» la interruppe Angela.

«Posso sempre deviare su Freud, sulle pulsioni sessuali, tanto per entrare in argomento. Poi gli chiedo delle sue. Che ne dite?».

«Se sono inconsce che ne sa e poi può prenderti per un’assatanata» scherzò Angela.

«Dove sta il problema. È quello che vuole!» obiettò Giovanna.

«Quello è tutto studio e niente arrosto!» aggiunse Angela.

«Uffi, non è giusto!» si lamentò Lelia.

«Perché non scrivi al professorino?» fu il suggerimento di Angela.

«Non ho l’indirizzo».

«Puoi chiedere in facoltà. Ricordo che aveva lasciato un recapito nel caso in cui avessimo avuto qualche problema con la materia. Temerario, non c’è che dire!».

«Non ricordo. E comunque che cosa potrei scrivergli, io non ho problemi sulla materia e poi è lui che mi interessa».

«Esatto! Una bella dichiarazione d’amore incondizionato ed eterno. Sono un po’ narcisi gli scrittori, magari ti risponde» la incoraggiò Giovanna.

«Vanna, ma che dici! Se mi rispondesse sarebbe per dirmi di non seccarlo più».

«Inventiamo una storiella. Sei una disabile, magari solo zoppa, per non cadere nel drammatico. Sono certa che ti risponderà».

«Stai scherzando, Angela! Non è giusto nei confronti dei veri disabili» intervenne Vanna scandalizzata.

«Non è corretto. Però un’idea l’avrei. Gli scriverò che sono una tossicodipendente, magari un po’ porca. Studio filosofia perché mi esaltano i pensieri sublimi, che cosa ne pensate?». Lelia sorrise all’idea dell’espressione intensa che avrebbe assunto Roberto Colonna leggendo quella lettera commovente.

Fu Vanna a rispondere per prima   «È un’idea cretina».

«No, per me, è formidabile. Si sentirà talmente preso dal problema da scartare l’ipotesi dello scherzo. Dovrai parlare dei tuoi problemi come se tu non volessi risolverli, si sentirà in dovere di aprirti gli occhi, non dimentichiamo la laurea in Sociologia e la disponibilità con cui si è offerto di aiutarci».

«Che aspettiamo allora!» esclamò Lelia elettrizzata.

Roberto vedendo la pila di corrispondenza si lasciò cadere sulla sedia. Era stato da pazzo dire a quei ragazzi di scrivergli se avessero avuto qualche problema con l’argomento. Adesso si era aggiunta la corrispondenza dei lettori che si complimentavano per il saggio. Al lavoro, si disse Roberto mentre prendeva in mano la prima lettera. Giunto alla quindicesima decise di fare una pausa. Guardò l’orologio, erano le dieci e mezzo. Decise di leggere un’ultima lettera. Osservò la busta, la calligrafia era tonda e larga, di certo una ragazza. L’aprì e fin dalle prime righe capì che non era una lettera come le altre.

«Caro, professore Colonna

O Roberto, come preferisco, sono una studentessa di Filosofia, non si disperi non voglio chiederle un parere sulla materia, è stato abbastanza chiaro e ne approfitto per ringraziarla dell’aiuto che mi ha dato. Si chiederà, a questo punto, perché le ho scritto. La vedo aggrottare le sopracciglia con quel suo fare ironico, che la rende molto affascinante (lontano da me l’idea di procedere con apprezzamenti di natura sessuale). Adesso è incuriosito» Ma tu vedi, neanche mi conosce e mi legge nel pensiero. Ricominciò a leggere «Le ho scritto perché sento il bisogno di scrivere a qualcuno. Mi chiamo Lelia (non so a che serva il mio nome, è solo un punto di riferimento per gli altri. Il contatto umano non ha bisogno di nomi), ho ventuno anni e sono sola. Non pensare (non ti dispiace il “tu”, vero?) che sia brutta, al contrario, sono stata Miss’86 al mio liceo, ho solo dei brutti difetti, che rendono difficili le “amicizie”. Sono una studente modello per i docenti, che non sanno che non è a me che mettono quei trenta ma al mio alter ego, che sniffa cocaina come se fosse polvere contro il raffreddore, invece di esserlo contro l’insicurezza e la paura. Ti chiederai come ciò sia possibile. Sotto l’effetto della cocaina entro in uno stato sublime tale che divento una sola cosa con il mio intelletto. Gli unici amici sono quelli con i quali faccio sesso. Anche donne, perché no! Si accetta tutto quando si è sballati, è bello uscire fuori dai binari della società, della moralità che vorrebbe importi un partner per volta. L’amore è bello anche in compagnia, se ci si sente amanti. È un’esperienza esaltante condividere il piacere e il corpo con più persone insieme. Sei scandalizzato?» No, non lo sono, ho tanta paura per te, Lelia. «Non devi esserlo, anzi mi deluderesti troppo, se così fosse. Spero che tu mi scriva, ho bisogno di una voce diversa, una voce intelligente.

Lelia»

Rimase per lungo tempo con lo sguardo fisso sulla lettera. Che cosa dire a una ragazza tanto giovane e convinta di non sbagliare. Poteva capire il sesso di gruppo ma non la droga. Può una risposta su una lettera cambiare il corso di una vita? Roberto lo escludeva. Sentiva la solitudine di Lelia come se fosse la propria. Si sentì vivo, euforico come non gli capitava da tempo. La sua vita era diventata un’eterna routine dalla quale non sapeva più fuggire. Tra le lezioni e le conferenze gli unici momenti di libertà erano quelli in cui scriveva. Era gratificante fare il lavoro che si amava, ma pur sempre di lavoro si trattava. Tutto sembrava moscio e insipido da un po’ di tempo, anche il sesso che quella ragazza viveva con pazza spensieratezza. Non aveva affetti sinceri, gli amici come lui avevano preso strade lontane e i nuovi erano solo colleghi con cui si continuava a parlare di lavoro.

Strinse la lettera tra le mani. Per una volta poteva davvero sentirsi utile.

Lelia si trovava in una baita, cercava di accendere il fuoco senza successo. I piedi erano gelati. Entrava suo fratello e lo pregava di aiutarla, Mauro la fissava con sguardo accusatorio. Le diceva che non voleva che suo figlio nascesse. Lelia si difendeva dicendo che non voleva mancare alla lezione ma che desiderava con tutte le sue forse che il suo nipotino nascesse. Suo fratello la prendeva per le spalle e la strattonava dandole della bugiarda, mentre i piedi erano sempre più gelidi.

Un suono interruppe il sogno. Allungò la mano verso la sveglia, premette il tasto ma il suono continuava  a molestarla. Aprì gli occhi disorientata. Era il campanello a suonare. La sveglia segnava la mezzanotte. Era sola in casa. Chi poteva essere? Vanna, che avrebbe dovuto trascorrere il fine settimana con il suo ragazzo ed invece avevano litigato?

«Ti sei dimenticata le chiavi…» disse mezza rintronata aprendo la porta. Quello che vide oltre a ammutolirla le fece tremare le gambe.

Roberto, trovandosi davanti la ragazza in abbigliamento succinto, si chiese se per caso avesse compagnia. Avrebbe dovuto pensarci prima, adesso era troppo tardi.

«Lelia?» chiese esitante.

La ragazza annuì con gli occhi sgranati.

Lelia desiderava sprofondare. Voleva solo una lettera, non una visita. Aveva ragione Vanna, era stata un’idea idiota. Ripensò alle cose orribili che aveva scritto e una sorta di uggiolio le sfuggì dalle labbra.  Imponendosi di stare calma, gli sorrise nonostante sentisse le guance di fuoco.

Roberto sembrava stupito dal suo aspetto. Vide il suo sguardo scivolare sul suo corpo e le guance diventare ancora più calde.

«Roberto Colonna?!» più che una domanda un’esclamazione strozzata.

«Posso entrare? Se non disturbo…sì, che disturbo…forse è meglio se…».

Lelia lo interruppe. «Entra pure, tanto sono sveglia». Il buon senso le suggeriva di cacciarlo via e ritirarsi a vita in un eremo benedettino. Chiuse la porta dietro di sé.

«Accomodati sul divano. Se mi scusi, vado a vestirmi, c’è tanto freddo». Si allontanò con finta sicurezza.

Roberto si chiese che cosa l’avesse spinto a fare più di un’ora di viaggio in auto per incontrare una persona che non conosceva e che aveva per giunta svegliato.

Lelia ha bisogno d’aiuto, anche se non in modo esplicito lo ha chiesto a me, è mio dovere di uomo che lotta per il progresso sociale darglielo!

Si guardò intorno. Classico appartamento da universitarie. Una foto ritraeva le tre ragazze sorridenti. C’era molta confusione in giro, soprattutto libri e appunti accatastati sui tavolini. Si avvicinò a una porta aperta, la stanza, anche se c’era il letto intatto, sembrava abitata. Lelia nella lettera gli aveva fatto intendere che fosse sola. Ma la solitudine è una condizione non legata alla frequenza con altre persone. Fu distratto dalla ragazza che adesso indossava dei jeans e dei pesanti calzettoni di lana.

«Adesso va meglio. Pensa che prima che tu arrivassi stavo sognando che mi si congelavano i piedi».

Roberto sorrise. «Forse dovresti coprirti di più prima di andare a letto».

«Non è colpa mia, quando sono andata a letto il riscaldamento era acceso. È stato quel tirchio del padrone di casa a spegnerlo, tanto a lui che frega che muoia assiderata, sai quante ne trova come me, pronte a pagare per questa topaia senza contratto di locazione!».

«È un classico!» commentò lui. Scese un imbarazzante silenzio.

«Vivi da sola?».

Lelia deglutì a vuoto. Con la coda dell’occhio vide la porta aperta della camera di Vanna. Meglio essere sincera.

«No, con altre due ragazze. Adesso non sono qui, sono dai loro familiari».

«E tu? Come mai sei rimasta qui?».

«Sono indietro con gli studi, sai com’è. A casa mia nel fine settimana c’è un bel po’ di casino. Fratelli, cognati, nipoti, è impossibile pensare di potersi concentrare nello studio». Lelia cercò di sorridere nella vana speranza di allontanare il disagio. Che scema! Quante volte aveva sognato una situazione simile e adesso…Erano le condizioni sbagliate. Era una ragazza sincera, non era sua abitudine raccontare bugie e aveva paura di scoprirsi. Forse era più sensato dire la verità.

«Pensavo che vivessi da sola, o quanto meno nella tua lettera si avvertiva molta solitudine».

«La mia solitudine non è fisica, è interiore, è tanto strano? Si può essere soli anche in mezzo alla folla!» esclamò aggressiva nonostante non ce ne fosse bisogno.

Il disagio di Lelia disorientava Roberto. Si era aspettato una ragazza completamente diversa. L’immagine pulita della giovane donna che aveva davanti non combaciava con la natura anticonvenzionale che aveva millantato nella lettera.

«Non ti stavo accusando».

Ancora una volta Lelia si intimò di stare calma, era l’unico modo per non fare la figuraccia del secolo.

«Strano che tu sia qui. Non ti aspettavo, mi bastava una risposta per lettera…non che mi dispiaccia».

«Ho pensato che i tuoi problemi avessero la priorità su qualunque altro di tipo didattico».

«Potevi sempre scrivere!» esclamò sempre più disperata.

«Non credo che una lettera potesse bastare a risolvere i tuoi problemi, inoltre mi aspetto delle risposte da te».

«Ah, delle risposte». Lelia non riuscì a dire altro. Che situazione! Tutta colpa di Angela che l’aveva incoraggiata e di Vanna che non le aveva fermate. Era solo colpa sua!

«Da quanto tempo prendi quella robaccia?».

Lelia lo fissò senza capire «Quale robaccia?».

«La droga». Grave, non si rendeva neanche conto della negatività delle sue azioni.

Scema! Si insultò da sola. Da quanto tempo si drogava? Boh!

«Tre anni, da quando sono entrata in facoltà».

«E perché hai cominciato?».

«Ti andrebbe una coca…cocacola» si corresse in estremis.

«No, sto bene. Non ti va di parlare?».

«No, è che mi stai facendo un sacco di domande! Comunque se proprio lo vuoi sapere quando ho dato la prima materia ero terrorizzata al punto che quando è toccato a me sono fuggita via. Una mia amica mi suggerì di usare la cocaina. Provai, così tanto per una volta, una dose stupida, innocua».

«Non esistono dosi innocue, lo sai, vero?».

«Va beh, che ne sai tu! Andai alla grande. Sembrava che la mia mente si aprisse a ogni domanda, come una memoria ad accesso diretto, conosci l’informatica, vero?». Che storia patetica!

Roberto annuì. Cominciavano tutti quanti nello stesso modo, da idioti.

«Sei orgogliosa della tua intelligenza?».

«Certo! Il mondo è pieno di scemi» rispose d’impulso.

«Conosci, quindi, il rischio dell’uso di cocaina a livello cerebrale».

«Sì».

«E allora perché continui a farti del male?».

Lelia alzò le spalle. Non sapeva come replicare. Non le era mai passato per la mente di drogarsi e anche se le dispiaceva per i tossicodipendenti non li capiva. Forse Roberto conosceva il problema molto meglio di lei, per cui a meno che non l’avesse buttato fuori di casa fingendo un attacco isterico, presto o tardi avrebbe scoperto qualche contraddizione nel suo racconto.

Preferì essere sincera e assumersi le proprie responsabilità per l’accaduto.

«Devo confessarti una cosa. È difficile, so che non ti farà piacere».

«Finora non hai detto niente che mi possa fare piacere, non vedo…».

«Ti prego, lascia che parli. Non sono tossicodipendente né soffro di solitudine. È stato tutto uno scherzo. Volevo conoscerti anche solo per lettera, ma visto che non ho problemi con le materie, non sapevo che cosa scriverti. Una mia collega mi ha suggerito l’idea, poi ho fatto il resto da sola. Era certa che mi avresti risposto, e non avevo idea che ti saresti precipitato qui. Scusami, dire che sono mortificata non rende l’idea».

Roberto era allibito. «Stai dicendo che ho guidato come un pazzo preoccupandomi per te inutilmente!».

Lelia riuscì solo ad abbassare lo sguardo.

«È privo di ogni logica. Volevi conoscermi? Che bisogno c’era di scrivere bugie? Che cosa avrei conosciuto di te? Nulla! Non so se essere contento perché una sconosciuta universitaria non ha problemi esistenziali o prenderti a schiaffi. Ma come ti è venuta quest’idea?».

«Sono stata un’idiota, lo riconosco».

All’improvviso l’uomo scoppiò a ridere. «Che storia patetica! L’hai inventata di sana pianta? Però devo complimentarmi, sei un’ottima scrittrice, mi hai toccato il cuore con la tua lettera».

«Io non capisco. Due secondi fa eri pronto a strozzarmi e adesso ridi?» non poté fare a meno di chiedere.

«Butti paglia sul fuoco? Non pensi che sia preferibile uno scherzo cretino a un caso umano. Per tua fortuna l’umorismo non mi manca!».

Lelia si sentiva disorientata. Non era più la ragazza pervertita, era lei davanti al sogno erotico da mesi.

«Adesso mi piacerebbe sapere perché ci tenevi tanto a conoscermi» sembrò leggerle nel pensiero.

«Hai conosciuto i miei docenti, no? Pedanti e noiosi. Tu riuscivi a tenerci con il fiato sospeso, rendendo la lezione interessante». Era una mezza verità.

«E io che mi sono illuso che eri rimasta colpita dalla mia prestanza fisica» scherzò Roberto.

Lelia sorrise e chinò il capo.

«Com’è tardi! Forse è il caso che vada via».

«Non puoi metterti in strada a quest’ora. Puoi rimanere qui, ci sono due letti vuoti. Alle mie amiche non dispiacerà che tu abbia utilizzato il loro letto».

Lui inarcò un sopracciglio e sembrò perforarla con lo sguardo.

«Che c’è?» chiese confusa.

«Nulla. Non ti preoccupa che qualcuno potrebbe vedermi uscire dalla tua casa domattina?».

«Non mi interessano mi pettegolezzi e non penso che tu sia il tipo che ti infili nel letto di una ragazza senza essere invitato».

Roberto sorrise senza allegria. «Non sono il tipo, hai ragione». Le carezzò il corpo con lo sguardo e sospirò rassegnato.

«Puoi scegliere tra il letto morbido di Angela o quello ortopedico di Vanna» cercò di distrarlo.

«E il tuo com’è?» chiese cingendole la spalla con un braccio.

«Ortopedico, scomodissimo» rispose Lelia con un filo di voce.

«Anche io preferisco il letto ortopedico».

«Bene, la stanza di Vanna è quella lì» lo informò indicando la porta della stanza che si affacciava nel salottino.

«Buonanotte allora» la salutò senza toglierle gli occhi di dosso.

«Anche a te e scusami ancora». Presa da un impulso improvviso, Lelia si avvicinò a Roberto e gli sfiorò le labbra con un bacio.

L’uomò frenò il desiderio di approfondire il bacio. La osservò mentre spariva correndo nella sua stanza.

Lelia osservava una bolla di sapone che staccatasi aveva cominciato a volare lungo la vasca da bagno. Atterrò nell’acqua confondendosi con le altre. Che serata! Non riusciva  a crederci. Roberto Colonna aveva trascorso la notte da lei. Peccato che non aveva potuto usare la preposizione “con”. Sarebbe stato facile entrare nella stanza e infilarsi nel suo letto. Non l’avrebbe cacciata via. Aveva letto interesse nei suoi occhi, un’attrazione fisica condivisa. Non era un suo docente, aveva appena dieci anni più di lei, non c’era nulla che poteva frapporsi tra loro. Roberto Colonna era di certo un uomo molto corteggiato da donne, che cosa avrebbe rappresentato quella ipotetica notte trascorsa con lei e ancora peggio, che cosa avrebbe rappresentato per lei? Si era infatuata di un sogno e dopo averlo conosciuto di persona, aveva ammirato la sua umanità, l’intelligenza e la sagacia di un uomo.

Andarci a letto avrebbe significato lasciargli il cuore.

Il suono del telefono interruppe le sue riflessioni. Si alzò di scatto e lasciando una lunga scia umida nel pavimento rispose al telefono. Non ci credeva ma sperava di sentire la sua voce.

«Ciao Lelia, sono Roberto». Al suono della sua voce Lelia mimò una sorta di danza africana propiziatoria con il rischio di finire con il sedere a terra per i piedi bagnati.

«Ciao, che piacere sentirti! Hai telefonato per avvertirmi che sei tornato sano e salvo. Ho sentito che ci sono stati diversi incidenti per il nubifragio».

«No, non ho avuto problemi. Volevo proporti una cosa. Passeresti il fine settimana con me?».

Lelia non rispose basita.

«Non fraintendermi. Non mi va di passare questi giorni da solo e visto che anche tu sei sola e che hai bisogno di aiuto con lo studio…potresti aiutarmi con la corrispondenza. Che cosa ne dici?».

«La corrispondenza dei miei colleghi?» chiese con la testa vuota.

«Sì, non confessarlo a nessuno, ma mi sono pentito quanti capelli ho in testa di essermi dimostrato tanto disponibile».

«Non ti tradirò, non preoccuparti. Vuoi venire qui?».

«Nella topaia più ghiacciata d’Italia? Neanche per idea. A che ora potresti essere qui?».

Si accordarono di incontrarsi alla stazione.

L’appartamento di Roberto era luminoso. Questa fu la prima impressione. Sorvolò sugli altri particolari, magari importanti per definire l’uomo come i libri accatastati un po’ ovunque o gli oggetti di arte antica disseminati a caso.

«Hai portato i libri?» le chiese.

«Storia del Medioevo» sospirò.

«Qual è il problema? È tra i periodi storici più affascinanti».

«Davvero? La morte dell’uomo e del suo equilibrio naturale?» lo contraddisse.

«Il Medioevo non è la morte, è la rinascita di una nuova umanità. Devi considerarla in un’ottica più vasta, non dimenticare che il Medioevo abbraccia dieci secoli di storia».

«Sarà, io riesco solo a individuare la disarmonia psico-fisica derivata dal fanatismo religioso».

«Non esisteva ancora la psicoanalisi, mia cara» commentò sorridendo.

«Può darsi. La religione avrebbe dovuto scavare nell’animo umano…».

«Per l’amore è tutto, vero?».

«Parli dell’amore fisico?» chiese Lelia.

«Non si possono scindere i due aspetti».

«Hai amato tutte le donne con le quali hai fatto sesso?».

«In un certo senso. Ho visto in ognuna una particolarità che mi ha attratto. Non hai risposto alla mia domanda».

Lelia sospirò. Dal Medioevo all’amore, un vero e proprio salto pindarico!

«L’amore è emozione, è sentirsi viva e vicina  a qualcuno».

«Hai dato una definizione fisica più che mentale».

«Invece ti sbagli. Io mi innamoro spesso di soggetti che non mi attraggono fisicamente. È l’aspetto mentale di un uomo a colpirmi».

«E faresti sesso con un uomo che non ti piace ma che ammiri?» chiese con una smorfia.

«Non lo so. In effetti non mi è mai capitato».

Ingenua o cinica? Lelia non aveva capito nulla dell’amore. Forse lo scherzo nascondeva verità che neanche aveva mai considerato.

«Sei un vero enigma. Avrai avuto qualche ragazzo, spero».

Il discorso stava cadendo sul personale e Lelia ancora una volta si sentiva messa all’angolo.

«Tutte storie senza importanza».

«Mai innamorata?».

«La domanda di riserva?».

«Ho capito. Ti mostro la corrispondenza».

Lavorarono per un paio di ore. La presenza di Lelia fu fondamentale per mediare il linguaggio accademico di Roberto con quello più colloquiale di Lelia. Si ritrovavano spesso a ridere di stupidaggini, in perfetta sintonia. Avrebbero continuato per tutto il pomeriggio se la fame non avesse preso il sopravvento. Uscirono sotto la pioggia e ripararono in un ristorantino vicino casa.

Parlarono di studio, Roberto si soffermò a ricordare aneddoti del suo periodo universitario, Lelia del suo problema di sentirsi sempre la cucciola di casa.

Il cameriere passò davanti con il carrello dei dessert e l’attenzione di Lelia fu catturata da una torta ricoperta di glassa di cioccolata. Doveva essere deliziosa.

Roberto fece un cenno al cameriere.

«No, sto scoppiando!» lo fermò Lelia.

«Sembrava volessi divorarla con gli occhi».

«Ha un bell’aspetto, però rischio un coma glicemico se dovessi mangiarla».

«Esagerata!» rise Roberto. Tuttavia comprò comunque due porzioni da gustare più tardi a casa.

La torta diventò un chiodo fisso per Lelia. Non poteva pensare che una tale delizia se ne stesse abbandonata sul ripiano della credenza mentre lei si annoiava  a leggere corrispondenza di colleghi zucconi.

«Pausa caffè?» suggerì Roberto. Anche lui aveva notato gli sguardi lascivi che la ragazza lanciava in direzione del dolce. Gli piaceva l’idea che Lelia fosse golosa. Aveva notato le curve morbide del suo corpo, la rendevano irresistibile. La paragonò alle donne che frequentava, sempre in rotta con la bilancia, tristi e poco vitali, magari anche più mature rispetto Lelia.

«Sarebbe il caso. Se avessi saputo che erano tante sarei rimasta a casa».

«Brontolona! Hai il Bignami vivente del Medioevo a tua disposizione e ti lamenti. So io come addolcirti».

«Davvero? In poche ore hai scoperto ciò che i miei genitori non hanno compreso in una vita?» ironizzò.

«Tu dici? Secondo me tua madre ti conosce benissimo» commentò sfiorandole il corpo con lo sguardo. Si alzò e ritornò poco dopo con il caffè e la torta.

«Mi hai dato della grassa?» lo rimproverò Lelia.

«Grassa? Sei perfetta! Sei esattamente come questa fetta di torta, aspetto ipnotico e cuore morbido» spiegò imboccandola per un assaggio.

Era davvero deliziosa. Lelia chiuse gli occhi mentre il gusto del cioccolato si scioglieva in bocca e lasciava spazio alla sensazione corposa del pandispagna inzuppato di crema. La percezione successiva furono le labbra di Roberto sulle sue, il tocco leggero della sua lingua su un improbabile sbuffo di crema.

Stava davvero succedendo  a lei? Era davvero Roberto Colonna che la baciava? Non era un sogno dal quale si sarebbe svegliata lasciandola fremente di desiderio? Era un calore vero che sentiva sul suo corpo. Aprì gli occhi, erano le sue braccia a scaldarla. Li richiuse, che fosse sogno o realtà valeva la pena di vivere l’esperienza.

Non pensò al domani, non al cuore che avrebbe lasciato in quella casa, non pensò al fatto che il sesso non le fosse interessato più di tanto fino a quel momento, tanto sapeva che sarebbe stato stupendo, perché i sogni quando si avverano sono come torte glassate al cioccolato, anche se poi faranno male si ricorderà il momento magico del primo assaggio.

Gennaio 1991

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