Il risveglio di Eva

Sono di nuovo in ritardo. Speriamo che la banca sia ancora aperta. Entrai in quella specie di scatoletta usata per ingresso. Dovevo aspettare che spuntasse il segnale verde. Era una tortura infilarmi in quel marchingegno con il terrore che un guasto mi costringesse a rimanere prigioniera per chissà quanto tempo.

All’apertura delle porte entrai nella sala lasciandomi alle spalle il senso di oppressione. C’era ancora qualche cliente, ritardatario come me. Mi avviai a una cassa. Ada, la cassiera, che ormai mi conosceva, mi rimproverò per il ritardo con un sorriso. La guardavo smanettare al terminale. La vita in banca era noiosa, sebbene il lavoro di quella ragazza non si differenziasse molto dal mio. Entrambe avevamo contatti frequenti con il pubblico, tuttavia io vendevo sogni, speranze e desideri insieme agli oggetti, lei solo il mezzo per giungere agli stessi sogni.

Sentii un trambusto. Giratami di scatto, vidi tre uomini armati.

Giusto qui dovevano venire! Sentii le gambe di gelatina e mi appoggiai al banco.

«Avrete capito, no?» cominciò quello più vicino a noi. «Non avete niente da temere. Se non farete i furbi con gli sbirri, ai vostri clienti non accadrà niente».

Sentii i suoi occhi su di me. Un attacco di nausea si affacciò alla gola con il suo gusto acre. Dovevo stare calma, non sarebbe successo nulla. Guardai la bancaria, tremava. Mi scostai il più possibile.

«Metti i soldi qui dentro» ordinò ad Ada, nel porgerle un sacchetto di plastica.

Gli altri rapinatori fecero lo stesso alle altre casse. La rivoltella dell’uomo era puntata sulla testa di Ada. Sapevo e soffrivo per lei. Dovevo chiudere la mente ai ricordi, che tentavano di affiorare con prepotenza.

Nella stanza regnava il silenzio, interrotto dal rumore dei soldi infilati alla rinfusa nei sacchetti. Un trillo ruppe l’immobilità dell’aria. L’ascensore si aprì e la pistola fu puntata in quella direzione.

«Sono il vicedirettore, non sono armato. Voglio assicurarmi che non venga fatto male ai clienti». Mi sentii afferrare con forza e il metallo freddo della pistola sulla tempia.

«Fermo o la faccio fuori».

L’uomo dovette trattenermi a forza perché rischiavo di scivolargli tra le braccia inerme.

«Non credo che le convenga. Già rapina a mano armata è grave, figuriamoci se vi scappa il morto» cercò di farlo ragionare il vicedirettore.

«Stai zitto e vieni avanti. Voglio tenerti sotto controllo».

Quanto tempo era passato? Minuti che sembravano secoli. Perché io fra tanti? Serrai gli occhi. Non volevo vedere, non cedere ai ricordi, altrimenti sarei stata persa. Il calore delle lacrime riscaldava il volto gelato dalla paura. Aprii gli occhi e incontrai lo sguardo preoccupato del vicedirettore. Poi fu spinta in avanti. Persi l’equilibrio ma non caddi. Delle braccia mi accolsero.

«Se ci tieni tanto te la regalo» furono le ultime parole che riuscii ad afferrare prima di perdere i sensi.

Un calore alla mano fu la prima sensazione al risveglio. Mia madre era accanto a me, sorrideva e mi teneva la mano.

«Eva, tesoro mio».

Le rivolsi un sorriso tremulo. «Sono in ospedale?».

«Sì, adesso stai bene?».

«Da quanto…».

«Almeno tre ore. Si temeva un coma temporaneo per lo choc. Ero molto preoccupata. Adesso riposati». Allungò la mano sopra di me per premere il pulsante rosso.

Mi sentivo spossata, chiusi gli occhi fino all’arrivo del medico.

«Come stai, Eva?» chiese gentile.

«Bene! Voglio uscire».

«Che fretta! Dobbiamo visitarti, siamo stati molto in pena per te. Tua madre ci ha raccontato la tua storia».

Non si poteva tacere la sua “storia”! Marchiata a ferro fino alla morte.

«Dovresti anche parlare con uno specialista. Se vuoi chiamiamo il tuo tutor del gruppo d’ascolto».

«Non è necessario. È stato spaventoso, lo ammetto, ma non fatene una tragedia. Voglio andare a casa mia» insistetti.

«Uscirai presto. Adesso ti visitiamo, poi ti diamo qualcosa per calmarti e poi potrai uscire».

«Non voglio sedativi, voglio andarmene».

Bussarono alla porta. Urlai un “avanti” nella speranza che il visitatore mi salvasse da quel dottore.

In un primo momento non riconobbi il visitatore. Dovette intuirlo perché si affrettò a presentarsi.

«Andrea Martinelli, mi ha visto in banca». L’idiota che mi aveva quasi fatta ammazzare.

«Mi ricordo» replicai con sarcasmo.

«Esca, sto visitando la paziente» lo rimproverò il medico.

«Rimanga. Quest’individuo vuole drogarmi. Io sto benissimo e non ho intenzione di rimanere qui. E adesso si tolga dai piedi» ordinai al dottore.

«Eva!». L’occhiataccia rimbalzò da mia madre a me.

«Adesso vado. Poi avrei bisogno di parlarle» disse Martinelli al dottore prima di prendere la direzione della porta.

«Lo so cosa deve chiedergli. Posso rispondere da sola. Sto bene e non ho intenzione di denunciare la sua banca. Come vede può stare tranquillo».

Mi fissò scettico. «Sta veramente bene?».

«No, sono in punto di morte e sto recitando per non farla sentire in colpa».

Non gli garbò la risposta perché si irrigidì.

«Le ho portato dei fiori…».

«Vada fuori!» si innervosì il medico. Ridacchiai mentre usciva a testa alta dalla camera. Mi lasciai visitare paziente e il medico dovette riconoscere che avevo ragione sull’inutilità dei farmaci.

Martinelli entrò dopo la defilata del medico.

Allungò di nuovo il mazzo di fiori verso di me. «Spero che le piacciano».

Era un mazzetto di rose gialle, delizioso nella delicatezza della tinta.

«Sono tra i miei fiori preferiti. Le ha scelte lei?». Lo fissai intensamente rendendogli impossibile mentire.

«La mia segretaria, io ero troppo occupato a risolvere il problema della rapina…».

«Le dia a lei».

«Non essere maleducata!». Un altro rimprovero da mia madre. Era sempre stata così con me, il guanto di velluto e quello di ferro che si alternavano senza sosta. Non aveva ancora capito che avrei espresso i miei pensieri in ogni caso. La verità delle parole non ferisce davvero, sono le azioni menzognere a essere fonte del male.

«Tu le accetteresti?» ribattei stanca «Per questa volta faccio un’eccezione, solo perché non mi conosce».

Lo osservai con maggiore attenzione, un bel ragazzo. Capelli castani, come gli occhi, no, forse un po’ verdi.

«Potrebbe accompagnarmi a casa?» chiesi gentile.

«Da quello che ho capito il medico non è del suo stesso parere».

«Si sbaglia. Mi dà o no questo passaggio?».

«Se ha le dimissioni con piacere».

«Benissimo». Scesi dal letto come una furia. Mi accorsi solo allora che non avevo la gonna.

«Ma che diavolo…». Per nulla imbarazzata afferrai la gonna che mi stava porgendo mia madre, rossa per la vergogna, e la infilai. L’uomo fingeva indifferenza.

«Sono pronta, andiamo?». Ottenute le dimissioni, ci avviammo al parcheggio. Raggiunsi dignitosa l’auto dell’uomo con mia madre al seguito. Dal tragitto dell’astanteria al parcheggio mi aveva ripetuto come un disco rotto che avremmo potuto aspettare l’arrivo di mio padre invece di disturbare il bancario.

Passai al tu senza bisogno di chiederglielo. Era pazzesco dare del lei a uno della mia stessa età. Mia madre seduta nel sedile posteriore di certo cambiava colore ogni volta che aprivo bocca.

«Bella macchina» mi complimentai.

«Grazie. La cintura di sicurezza».

Non capii subito. Mi girai a guardarla. Era una cintura di sicurezza normale. Poi vidi che lui la allacciava con meticolosità.

«Di solito non la uso. Visto che sono ospite ti faccio contento».

«Ci avrei giurato» commentò.

«Su che cosa?».

«Che non sei tipo da cintura di sicurezza».

«È un complimento?» ironizzai.

«Semplice osservazione».

Mi girai a guardarlo sottecchi. Carino, ma freddo. Stando tutto il giorno a contare soldi si può essere diversi?

«Hanno preso i rapinatori?» mi informai.

«Sicuro» rispose con aria di sufficienza.

«Come sicuro?».

«Non poteva essere altrimenti. L’allarme era stato dato all’istante».

«Ah!».

«Non sei contenta? In fondo lavoriamo pure per te».

«Sì, lavorate per me…dimmi, lo sapevi quando sei sceso?».

«Io sì, loro no!».

«Perché non sei rimasto dov’eri? Se tu non avessi deciso di fare l’eroe, non avrei corso alcun pericolo. Sei un cretino!».

«Attenta a come parli!».

«Perdoni mia figlia, è ancora traumatizzata. Cara, dovresti affrontare la tua rabbia con il gruppo, non mi sembra il caso di incominciare qui una discussione».

«Quale gruppo?» chiese curioso.

Sbuffai. «I miei amici» liquidai con decisione, non prima di avere lanciato a mia madre un’occhiataccia.

«È lontana casa tua, però!».

«Che posso farci? La mia auto è nel parcheggio della banca?».

«Penso di sì. Il catorcio rosso?».

«Attento tu a come parli!» scherzai. «un piccolo gioiello di meccanica! Non come questo tir».

«Suv».

«Chiamalo come vuoi, è un bestione con le ruote. Nulla a che vedere con la linea snella e aerodinamica del mio coupé».

«Trent’anni fa almeno. L’ha fatta così da sola o si è fatta aiutare da qualcuno?» chiese a mia madre con uno sguardo allo specchietto retrovisore.

«In due, nonostante l’idea fosse un po’ diversa».

«Che spiritosi! Gira a destra, siamo quasi arrivati».

La struttura scura e lunga del palazzone nel quale vivevo da sempre si stagliò dinanzi a me. Non avevo alcuna voglia di andare a casa.

«E se ritornassimo a recuperare la mia macchina? Tanto tu devi andare in banca, no?».

Nonostante le lagne di mia madre ebbi la meglio. Il ritorno da soli fu imbarazzante. Ascoltammo lo stereo, ogni tanto lui cercava di coinvolgermi in una conversazione, senza successo. Poi ci fu il saluto, una stretta di mano, qualche sorriso teso, un velato interesse nei suoi occhi e la totale chiusura nei miei.

Furono giorni difficili quelli che seguirono. La terapia di gruppo fu liberatoria come sempre, malgrado mettere ogni volta in piazza il passato potesse sembrare una forma di masochismo dell’anima. Eppure ogni pezzo di quel passato diventava il tassello di un mosaico che veniva staccato fino al punto di ritrovarsi un pannello intonso, pronto a essere riscritto.

Tornai in banca per i versamenti, non vidi Andrea, occupato come doveva essere, ebbi la tentazione di chiedere di lui, di vederlo anche per un saluto. Un desiderio nuovo dopo tanto tempo, dovuto al fatto che mi era stato vicino in una situazione difficile.

Ebbi l’impressione di vederlo più volte davanti al mio negozio, passare frettoloso, in auto, a piedi o fermarsi al bar di fronte. Non ero certa che fosse davvero lui. Magari un ragazzo che gli somigliava e che la mia mente trasformava in lui, per mandarmi dei segnali.

Fu lui a raggiungermi. Giunse nel mio negozio, spinto quasi a forza dal vento freddo di Tramontana.

Mi sorrise e si guardò intorno come se volesse cogliere me attraverso gli oggetti che mi circondavano.

«Ciao» lo salutai quasi emozionata.

«Ciao. E così questa è la tua attività».

«Ebbene sì. Non ti piace».

«Non l’ho detto. La lingerie è roba utile» rispose sorridendo. Fu come se il volto si trasformasse, rendendolo giovane, malizioso quasi per le fossette alle guance, segnate dalle linee verticali del viso.

«Non è solo utile, è necessaria per l’autostima. Se fosse solo utile avrei pochi modelli, i più comodi, i più economici, i meno delicati».

Sollevai un tanga in pizzo dalla trama impercettibile a dimostrazione delle mie parole.

«Quindi non ti limiti a vendere mutande, sei una specie di consulente psicologico».

«È ovvio. Vuoi scommettere che indovino la biancheria che ti piace?».

Andrea rise. «Sei tu l’esperta».

Presi degli slip, scuri, aspetto comodo e sportivo.

«Indovinato?».

Portò la mano al mento fingendosi pensieroso.

«Vorrei poterti smentire! Indovinato. A vederli nelle tue mani sembrano senza fantasia. In realtà non presto molta attenzione a quello che indosso sotto, purché sia comodo».

«È comune negli uomini. Per le donne è diverso, avere della bella lingerie è come portare addosso un bel vestito».

«Peccato che gli altri non possano vederlo».

«Perché sei qui?» chiesi all’improvviso.

«Per vederti. Mi mancava la tua zazzera bionda».

Sfiorai i capelli corti. «Sono pratici. Prima li portavo lunghi ed erano un problema». Lo dissi con superficialità come se non ci fosse altro sotto, come se non ricordassi che mi teneva per i capelli impedendomi qualsiasi movimento.

«Ti donano. Sei bella a parte il caratteraccio».

«Idem».

«Idem la bellezza o il caratteraccio?» chiese ridendo.

«Idem e basta!» esclamai con un filo di imbarazzo.

«Sei arrossita! Eppure non l’avrei mai detto. Una tosta come te».

«Forse non dovresti fermarti alle apparenze con le persone che non conosci. Non sono quella che sembro».

«Sei tu che fai quest’errore. Sai forse leggere nel mio cervello? Qual è la mia percezione di te, visto che sai tutto?».

La domanda mi paralizzò. Che cosa sembravo, chi ero, che cosa non ero. Era tanto difficile essere decisa nella vita? Non dovevo chiedere il suffragio di nessuno per sapere se fossi nel giusto.

Maledetto quell’uomo e il giorno in cui aveva distrutto la mia vita.

«Forse è meglio se vai, se non devi comprare nulla».

«Scusami, non volevo essere brusco. È che sei davvero indisponente in certi momenti e anche deliziosamente stimolante. Perché non usciamo qualche sera?».

«Lascia perdere, non è una buona idea».

Aggrottò le sopracciglia, poi pose le mani avanti come a difendersi.

«Uscire da amici. Bere o mangiare qualcosa insieme, discutere del mondo. Non ti ho chiesto nient’altro a meno che tu non sia già impegnata».

«Andrea, per piacere. Non sono quella giusta neanche per uscire». Sentivo le lacrime in punta alle palpebre pronte a sgorgare fuori insieme a rammarico e dolore.

«Va bene, non piangere, però. Me ne sto andando».

Accennai un saluto con la mano e lo guardai uscire dal mio negozio e forse dalla mia vita.

Trascorsero altri giorni nel pensiero di quell’uomo, del suo sorriso aperto, della sua ironia. Ne parlai in terapia e tutti mi incoraggiarono. L’interesse era un segno di guarigione, significava che ero pronta a ricominciare a vivere l’amore.

Mi ritrovai anche a sognare a occhi aperti come sarebbe stato avere accanto un uomo come Andrea, un tipo rassicurante, a tratti forse noioso. Non un momento mi ero annoiata con lui. Volevo vederlo, dovevo per me, per lui, per chiunque mi era stato vicino in quegli anni di dolore. Lo incontrai all’uscita della banca, indaffarato con la cravatta svolazzante e una ventiquattrore dall’aria seriosa.

«Ciao».

Si fermò di botto. Quasi paralizzato dalla mia visione, dalla mia voce.

«Ciao» mi sorrise.

«Sono ancora in tempo per quel caffè?».

«Sei in tempo per qualsiasi cosa». Guardò impaziente l’orologio. Mancava poco all’orario di chiusura della banca.

«Tempo di sistemare una cosa. Aspettami, però».

Annuì con un mezzo sorriso.

Gli chiesi di portarmi lontano da lì. La banca era vicina al mio negozio, e lì tutti mi conoscevano, vi avevo trascorso infanzia e adolescenza in quelle strade in attesa che mia madre smettesse di lavorare. Adesso era il mio negozio, era il mio rione.

Bastava il tempo di un caffè per raccontare una vita? E bastava una semplice attrazione per sobbarcarlo dei miei problemi. Eppure non ero lì per farlo scappare. Volevo che capisse e che rimanesse con me. Lo volevo con tutte le forze.

«Ho subito violenza da uno sconosciuto».

Gli diedi un attimo per assorbire la frase. «Prima che tu dica qualche stupida frase di circostanza, voglio dirti che non mi sono mai ripresa completamente».

«Come è successo?». Sentii la voce tremargli.

«Una sera mentre rientravo dal lavoro. È sbucato da un angolo e con un coltello puntato alla gola mi ha trascinata in un garage vuoto». Rimasi in silenzio e lui in attesa. Cercavo di inghiottire le lacrime, mentre i ricordi riaffioravano travolgendomi. Sentivo ancora le sue mani schifose sul mio corpo, gli schiaffi, i pugni a ogni mio tentativo di reazione, il dolore dello stupro. L’umiliazione di dover tornare a casa sanguinante e seminuda.

«Non l’hanno mai preso» pronunciai con voce strozzata.

Avvertì la sua mano sulla mia, calda.

«Sono andata per un paio di anni dall’analista, adesso faccio terapia di gruppo con ragazze che hanno subito la mia stessa esperienza. È stato difficile tornare a vivere, ho paura dei luoghi chiusi, del buio. Entrare in banca è una tortura, ho il costante terrore di rimanere intrappolata dentro le porte di sicurezza. Ho paura degli sconosciuti, ho paura del sesso».

«Eppure sembri tanto forte».

«Cerco di esserlo, è sopravvivenza se non voglio che lui vinca davvero».

«Non puoi lasciare che vinca. Perché mi hai raccontato la tua esperienza?».

«Chi vuole avvicinarsi a me deve conoscere i miei problemi».

«È onestà la tua o è desiderio di scappare dai sentimenti? Non è allontanando gli uomini che ti piacciono che puoi sconfiggere l’azione di un bastardo!».

Abbassai la testa, in parte pentita. La sollevò con un dito sotto il mento.

«Sono qui, Eva. Non sono scappato».

«Non c’è futuro» commentai amara.

«C’è il tuo futuro se lo vuoi. Ci sono io».

«Non voglio la tua pietà».

«Sarei qui per pietà? Guardami. Ti sembro un uomo che ha bisogno di mendicare l’attenzione di una donna?».

Sorrisi. «Presuntuoso».

«Non è presunzione, è realismo. Io voglio te se tu mi vuoi».

«Non è semplice! Potrebbe venirmi una crisi di panico mentre mi stai baciando».

«Bacio abbastanza bene, non c’è il rischio» scherzò.

«Sono seria».

«Vuoi dirmi che sei irrecuperabile? Se è così quell’uomo ha già vinto».

Sospirai forte. «No, sarà difficile. È come se vivessi in un incubo da anni».

«È una sfida, Eva. Potrei trasformare i tuoi incubi in sogni meravigliosi. È una sfida che devi fare prima con te stessa e poi con me».

«Non credo che mi lasci altra scelta».

«C’è sempre una scelta, mia cara. Puoi scegliere se andare avanti e vivere con tutti i rischi che la vita comporta o morire ogni giorno nei rimpianti».

«Non mi sono mai piaciuti i rimpianti».

Mi prese la mano e la portò alle labbra.

Dopo tanto tempo mi sentii libera di dare alla mia vita la direzione che volevo, come un marinaio che nella furia della tempesta riesca a prendere il timone che gli era sfuggito.

Avevo già vinto la mia sfida.

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